La questione ambientale è una tematica che nessuno può più ignorare, neppure il mondo del design, nel quale sempre più creativi sperimentano approcci diversi. Alcuni sono nomi noti come Neri Oxman, che sperimenta con la creazione dei biomateriali; altri, come Gavin Munro, ci lasciano sotto shock arrivando persino a “coltivare” le sedie.

C’è però chi sfrutta il design come messaggio per sensibilizzare le persone a problemi noti ma sottovalutati e che nella sua produzione si concentra invece sulla riduzione degli sprechi. Parliamo di Heliograf, giovane studio con sede a Sidney che ha già fatto parlare di sé grazie al loro primo lavoro, la lampada Light Soy. Una simpatica lampada a forma di pesciolino che ironizza e sensibilizza sul problema delle plastiche monouso ispirandosi alle forme degli shoyu-tai, piccoli contenitori monoporzione di salsa di soia, ingigantendone le forme con i suoi poco più di 35cm di altezza.

Pur non essendo molto noti in Italia, questi contenitori sono molto famosi in altre parti del mondo. Essi tuttavia sono difficilmente riciclabili, il che è un grosso problema per un oggetto usa e getta.

Light Soy, costruita in vetro borosilicato acidato, ABS e con luce LED, in entrambe le versioni, sia da tavolo che a sospensione, è stata concepita con un design modulare, per favorirne così la sostituzione di eventuali componenti rotti e ad allungarne la longevità. Insomma, pur essendo stata concepita da Angus Ware e Jeffrey Simpson, fondatori di Heliograf, a partire dal design degli shoyu-tai, va in contrasto all’uso originale e vuole invece essere, citando la descrizione sul loro sito, un oggetto “da custodire”.

Molte le curiosità al riguardo di una simile operazione, vista anche la leggera ironia che caratterizza questa lampada sin dal nome, alle quali proprio Angus Ware ha accettato di rispondere in un breve scambio via e-mail, che trovate a seguire in traduzione.

Light Soy, questa adorabile lampada a forma di pesce, è diventata famosa molto velocemente. Se non sbaglio, questo è il primo e per ora unico prodotto di Heliograf studio. Come è nato lo studio, quali sono i vostri obiettivi e cosa voi (Jeffrey Simpson e Angus Ware) facevate prima?

Angus Ware: Light Soy è il nostro primo progetto! Jeffrey ed io abbiamo collaborato per quasi 10 anni, portando avanti un piccolo studio digitale creativo in un magazzino a Sydney. Heliograf è stato concepito come un nuovo brand per i nostri progetti di design. Il nostro obiettivo è avere uno studio che usi la creatività e la positività per evidenziare e rispondere ai problemi globali in modi inaspettati. La nostra prima collezione di design si concentrerà sugli oggetti in plastica di uso quotidiano e siamo quasi pronti a lanciare il secondo prodotto che sarà un orologio.

Parlando della lampada, potevamo già leggere ovunque del suo essere modulare e fatta per durare a lungo, ma la sua bellezza è nel messaggio. Questa idea, come avete affermato altrove, vi è venuta guardando le shoyu-tai poggiate sul tavolo di un ristorante giapponese. Qual è il processo che vi ha portati all’idea finale e quando avete deciso di includere il tema ambientale? Il vecchio video di Angus Ware, “Junk Food”, vi è stato di alcuna ispirazione?

AW: C’è qualcosa di molto interessante nei contenitori a forma di pesce e nella maniera in cui la cultura funziona. La Ellen MacArthur Foundation prevede che entro il 2050 ci sarà più plastica che pesci nell’oceano, ed i pacchetti a forma di pesce ne sono un promemoria crudelmente ironico. Un oggetto a forma di pesce che farà male ai pesci, che usiamo per mettere la salsa sul pesce preso da mari sovrapescati e quel pesce che mangiamo potrebbe essere contaminato dalle microplastiche… è una pazzia! Il contenitore a forma di pesce è un simbolo perfetto di come i desideri del design e dei consumatori possano avere impatti inaspettati e di vasta portata.

Avevo già sperimentato con il pesce nella mia pratica artistica, mentre Jeffrey aveva lavorato su un progetto di illuminazione ed abbiamo realizzato che quella forma sarebbe stata un’ottima lampada. L’abbiamo immediatamente vista, piuttosto che come una banale novità, come potenziale artistico per fare una dichiarazione circa l’originale pacchetto monouso, e prendere un approccio differente: alta qualità, buoni materiali e buon design.

Personalmente adoro come Light Soy riesce a mantenere quasi lo stesso look del contenitore per salsa di soia originale, sembrando quasi fatta di plastica grazie al vetro borosilicato acidato. Vorrei chiedere come avete deciso in fine quali materiali usare.

AW: Il vetro è stata una scelta ovvia. Ne amiamo la materialità, la qualità e il fatto che sia infinitamente riciclabile. Ma ci ha causato non pochi mal di testa e la plastica sarebbe stata molto più facile da usare. Abbiamo sempre voluto raggiungere un feeling pregiato ed abbiamo continuato ad insistere, sentivamo che la plastica avrebbe indebolito l’idea.

Per questo particolare design, che non ricicla il materiale, possiamo usare la definizione “design che ricicla il design”?

AW: Sì, amo l’idea dei simboli presi in prestito da altri simboli e dei materiali che fanno riferimento ad altri materiali. È anche quasi un riutilizzo della cultura – prendere della spazzatura alla quale la gente non pensa e renderla qualcosa di bellissimo e prezioso. In questo c’è un’interessante filosofia di design da esplorare.

Ho notato che avete prestato grande attenzione nel comunicare sul vostro sito che Light Soy riguarda l’ecosostenibilità. Anche dettagli come il packaging, fatto di bagassa delle canne da zucchero, o il logo sulla lampada stessa, che cambia la scritta “pura” (plastica in giapponese) del logo giapponese per il riciclaggio con il kanji di luce, provano a trasmettere questo messaggio. Avete mai pensato che, essendo la lampada così simile al design originale, il messaggio che porta potrebbe essere frainteso come celebrazione invece che critica della plastica monouso?

AW: Questo è qualcosa alla quale abbiamo pensato molto. Penso che ogni designer ad un certo punto debba affrontare questa domanda esistenziale: è il mio design degno di essere portato al mondo, che impatto avrà, e sarà buono? Abbiamo infine deciso che l’opportunità di raggiungere le persone ed affrontare la questione, e magari incoraggiare il cambiamento, valeva il rischio. Stiamo cercando di portare un po’ di divertimento e di giocosa ironia ad una tematica molto seria che a volte può sembrare completamente senza speranza. Speriamo che le persone possano trovare l’ottimismo nella nostra idea e non usarla per glorificare lo spreco.

Parlando ancora di sostenibilità, la modularità della lampada è un altro modo di raggiungerla, facilitando la sostituzione delle parti rotte. Ho notato che, invece, la batteria presente nella lampada da tavolo non può essere sostituita dall’utente, e questo certamente sarebbe stato utile. Per quale ragione l’avete fatta così?

AW: La più grande lezione che abbiamo imparato è che, generalmente, la nostra economia non supporta bene la sostenibilità o la circolarità. Quando iniziammo il progetto avevamo idee molto audaci per il design sostenibile e abbiamo velocemente scoperto che tutto è un equilibrio e che il compromesso è inevitabile. In questo caso, abbiamo infatti iniziato con una batteria standard ma il design complessivo aveva più parti mobili che erano più difficili da produrre, causando spreco nella catena logistica, quindi abbiamo deciso di utilizzare una batteria interna. Prevediamo di fornire delle istruzioni su come l’utente possa sostituire le parti da sé e stiamo lavorando sugli aspetti tecnici e legali della cosa.