Fogli bianchi continuano a cadere dal cielo, l’acqua li raccoglie, cullandoli li trasporta e li riempie di parole che diventano storie del lago e del mondo, di arte e design, di viaggio ed emozioni. 

È sempre l’acqua ad accompagnare ed ispirare le mie storie e quella di Massimo Bargna che fin dalla nascita, a Como, è influenzato dalla vicinanza del lago, influenza che continuerà rafforzandosi quando, in uno dei tanti viaggi africani, incontrerà Marie nata a Bujumbura paese che si affaccia sul lago Tanganica e diventerà sua moglie. 

Città sull’acqua di laghi incastonati tra le montagne saranno lo sfondo della vita di Massimo, da bambino prima, e da adulto poi, e creeranno con l’acqua un legame di fascino e magia, di prosperità e abbondanza, ma al tempo stesso di difficoltà e mancanza quando attraverserà il deserto del Sahara. 

Per Massimo Bargna l’acqua rappresenta il femminile, simbolo della donna. 

Massimo Bargna ha pubblicato reportage giornalistici, raccolte di poesie e nel 2013 il romanzo “Un taxi fantasma per l’Africa”; ha scritto libri ed articoli sull’arte, la musica e la cinematografia africane. 

Scrittura e giornalismo si affiancano alla fotografia: è inoltre autore di canzoni. Tutte queste attività prendono ispirazione ed ossigeno da trent’anni di viaggi in Africa e dalla vicinanza di una donna africana.

Il baricentro della vita di Massimo ruota intorno all’Africa grazie a due nomi: Giorgio e Marie. Tutto nasce dai rapporti con le persone, soprattutto quelle più vicine, dagli affetti e dagli incontri: il padre, Giorgio, che fin da bambino ha una forte attrazione per l’Africa e negli anni ’60, con il fuoristrada, parte per attraversare il Sahara e dar sfogo alla sua sete di conoscenza e libertà, alla selvaggia passione per il viaggio. 

Il mal d’Africa viene trasmesso per via cromosomica da Giorgio a Massimo, quasi come una malattia ereditaria: Massimo da bambino aspetta il ritorno del fuoristrada che si apre come un forziere pieno di tesori, mentre il padre lo affascina con i racconti di quelle terre lontane. Così, intorno ai vent’anni, Massimo manifesta il desiderio di partire e di fronte a quella domanda il padre risponde “Ok, bene parti. Fai la gavetta! “È il suo modo per insegnargli ciò che a sua volta lui ha imparato e tramandargli la sua stessa esperienza e così Massimo parte: da quel momento padre e figlio viaggeranno alla scoperta dell’Africa, ma mai insieme. 

S’incontreranno dopo essersi dati appuntamento in qualche luogo per restare insieme qualche giorno e poi proseguire con itinerari diversi, fino a ritrovarsi infine a Como e condividere le loro avventure. 

Il legame con l’Africa si rafforza quando Massimo nel ’94, in Burundi, in piena guerra civile conosce Marie, ragazza africana che decide di sposare. 

Lo scenario di quel periodo resterà impresso nella memoria di Massimo e maturerà un segno creativo e professionale che si manifesterà molti anni dopo con la stesura del primo romanzo, ambientato in quei luoghi ed ispirato ai fatti drammatici di quel periodo. Un racconto che non porta in quegli scontati paradisi artificiali per turisti, ma nell’Africa profonda, al tempo stesso bella e sognante, ma anche selvaggia, crudele e imprevedibile. Con il matrimonio si crea dunque un legame di sangue che gli dà un nuovo futuro: nascono i due figli, Natasha ora modella e cantante e Gabriele il fratello minore, con la passione per la chitarra. 

Marie è la persona che aggiunge alla passione per il viaggio tramandata da Giorgio, l’amore per una donna e trasforma il rapporto di Massimo con l’Africa: gli dà l’opportunità di entrare nel profondo e di diventare un po’ africano. Grazie a lei Massimo può entrare a fondo nella cultura e nelle tradizioni e soprattutto nella mentalità della gente; Marie è anche un legame con la storia in quanto il suo tris nonno è stato l’ultimo re del Burundi, un uomo saggio e un capo africano che non aveva acconsentito a vendere i suoi sudditi ai mercanti di schiavi. 

Fin dall’inizio Massimo non hai mai viaggiato come turista, ma con l’obbiettivo di trasformare l’esperienza vissuta e soprattutto le emozioni in reportage: gli appunti dei suoi diari di viaggio diventano, gradualmente, racconti e poi romanzo. Massimo che ha trai suoi poeti preferiti Arthur Rimbaud, si muove per tutta l’Africa Nera descrivendo i colori, gli odori, i momenti e gli stati d’animo che forse anche Rimbaud aveva vissuto nel suo girovagare in terra africana nel 1800.Viaggia per scrivere, per fotografare, per incontrare, per cercare l’arte. 

Il bisogno culturale diventa l’occasione per entrare in un altro mondo, l’Africa da scoprire e far conoscere all’Italia e crea un asse su cui Massimo si tiene in equilibrio, tra personale e professionale. Una linea che passa per tre punti: Como, Africa e Capiago Intimiano. 

Como è il luogo della nascita, il legame con il passato ed i ricordi del nonno che porta in giro in barca per il lago i turisti. L’Africa è metaforicamente la terra promessa, fonte d’ispirazione, elemento imprescindibile della vita. Capiago dove Massimo va a vivere a 14 anni, è il luogo degli affetti, l’eremo dove rifugiarsi e rinchiudere I ricordi. 

È la casa-museo dove Massimo ha creato uno spazio dove raccogliere la collezione privata di pezzi d’arte: maschere, statue, oggetti rituali che va a scovare in luoghi dove a volte mette persino a repentaglio la vita. Nulla a che vedere con ciò che si trova nei mercatini o nei negozi etnici, bensì pezzi particolari e preziosi che vengono esposti anche in prestigiose mostre e pubblicati su libri d’arte africana; oggetti, elementi di design da inserire tra gli arredi d’interni di case particolari. 

Nella collezione d’arte africana di Bargna si trovano figure rare del Sudan che venivano lasciate nella foresta sul tumulo dei grandi cacciatori per onorarli e facilitare il passaggio dalla morte al mondo degli antenati. 

Particolari e raffinate sono poi le maschere della Liberia che sono uniche e vengono portate dalle donne nella danza. Tante sono in Africa nell’arte scultorea le maschere dedicate alla prosperità, che vengono utilizzate per propiziare la fertilità del campo e la fecondità della donna, fonti di vita per assicurare la continuità della vita del villaggio. 

Nel corso dei secoli l’Africa ha mantenuto intatta la sua anima e così dalla volontà di mantenere viva la sua umanità nasceva l’arte. Agli artisti occidentali, si dall’Ottocento, piaceva il linguaggio espressivo con figure femminili che suggeriscono armonia e fertilità e quelle maschili o di animali che esprimono forza e maturità. 

L’arte africana è simbolica: la scultura più diffusa nei territori sub-sahariani con opere in legno, lavorate direttamente senza disegno, regala importanti maschere espressive di uomo e animale che vengono indossate durante la danza rituale. 

Altre volte vengono usate in riti agrari, in funerali e qui con il compito di offrire al defunto un passaggio sereno verso l’aldilà. 

Un grande artista che viene attratto da questa arte nera è Picasso a cui non importa il contenuto etnografico, bensì la semplicità delle forme: un rettangolo per la bocca, un cilindro per gli occhi, un foro delle narici per il naso. 

È questo mondo artistico che mi accompagna nell’incontro con Bargna quando scendo la scala lasciando la casa di Massimo e Marie per il piccolo museo, insieme a lui che mi mostra i pezzi della sua collezione pieni di aneddoti, di ricordi, di particolari, di vita. 

Nel vasto mondo di Massimo Bargna, parallela all’arte corre la musica: la passione per la musica africana pura e per la musica contemporanea che da quella africana è stata ispirata e contaminata. 

Lui stesso ha scritto canzoni e reportage di musica: ascolta la musica, ma soprattutto è tale la passione che è riuscito a tramandarla ai figli che continuano, per un’altra strada, il viaggio culturale tra Italia ed Africa. 

Vorrei chiudere questa storia con il messaggio di una comune amica, Fatoumata Diawara, musicista del Mali legata a Como grazie al matrimonio con un ragazzo comasco: “La musica è un linguaggio universale che va oltre il colore della pelle, oltre le differenze e le distanze”.