Marco Vido nasce a Como dove vive e, dopo una lunga permanenza a Moltrasio in un momento importante della sua vita, ritorna in punti diversi di quella antica via che è il Borgovico.

Figlio di un padre pittore diventato architetto, compie il percorso inverso e, ad un certo punto, abbandona l’architettura a cui si è dedicato per anni con passione per buttarsi con altrettanta passione e convinzione nella pittura.

Marco studia architettura e dopo la laurea al Politecnico di Milano nel 1985, inizia la professione lavorando per un anno col padre che poi s’ammala: a quel punto Marco prende in mano lo studio e lo rinnova. Contemporaneamente conosce Sandra, anche lei architetto, con cui inizia una storia personale e professionale che durerà fino al 2004.

È un periodo che coincide con la vita a Moltrasio grazie all’acquisto di Villa Elena che rappresenta la scelta di andare a vivere nella natura a contatto con l’acqua; il progetto di Villa Elena nasce dal grande entusiasmo di Sandra che coinvolge anche Marco quando incuriosito da alcune tracce che traspaiono sotto l’intonaco, scopre i vecchi decori. La foto di come era decorata la casa in origine è la leva che porta all’acquisto e poi alla ristrutturazione per trasformarla in casa e studio dove vivere con Sandra e i due figli, dove lavorare e dove esprimere la grande passione per il giardinaggio. Villa Elena è anche l’occasione per le passeggiate tra i paesini del lago: Moltrasio, Carate, Urio, Laglio e per le uscite in barca, sull’acqua. L’acqua è un elemento fondamentale per Marco e sarà successivamente l’ispirazione per una prima serie di quadri: quadri che rappresenteranno la barca nel lago, tra due montagne, vista da sotto a cui seguirà la collezione Odisseo, disegni su carta e tela di chiglie di barche viste da sotto, nell’acqua trasparente.

Il lavoro dello studio Vido e associati (Marco e Sandra) è imperniato sulla partecipazione a concorsi con l’intento di arrivare tra i primi tre: la posizione più ambita è il secondo posto per il compenso economico senza la responsabilità di seguire la realizzazione come avviene con il progetto vincitore.

Marco prosegue nel lavoro con l’entusiasmo dei tempi dell’università, credendo nella libertà espressiva degli architetti, seguendo i principi di visione e sensibilità.

Nel 2004 però la barca inizia ad andare alla deriva: Marco e Sandra si separano, successivamente Villa Elena viene venduta e appaiono i primi segni di insoddisfazione di Marco verso la professione, fino al momento in cui la crisi economica globale cancella i progetti in cantiere e lascia spazio alla difficoltà di portare a casa i soldi. Tutto ciò porta Marco alla grande stanchezza di continuare a lavorare come architetto a cui reagisce intraprendendo, passo dopo passo, da autodidatta la strada della pittura. Ritorna a Como ad abitare in Borgovico nuova in quello che era stato la studio del padre e poi in Borgovico vecchia, con l’acquisto di uno spazio industriale che diventa casa e atelier: su di una lunga parete del laboratorio dove si vedono tuttora le colate di colore, inizia la nuova storia di Marco pittore.

Qui la storia si tinge di rosso: il rosso delle fiamme dell’incendio che si sviluppò una notte nell’adiacente spazio e che sarà determinante nella storia di Marco Vido.

Una notte di settembre Marco viene svegliato dalle raffiche di colpi dei vetri che scoppiano e dai bagliori rossi delle fiamme dell’incendio che avvolge il locale di fianco, I figli dei fiori, nato come fiorista.

“La sera prima – racconta Marco – ero andato, per un saluto a bere un bicchiere di vino, dai figli dei fiori ed ero rimasto attratto dal un mazzetto di piccoli girasoli in un vasetto che avrei voluto comprare, ma alla fine me ne andai senza chiedere nulla rimandando la cosa al giorno dopo. Ovviamente il giorno seguente nell’atmosfera di grande tristezza per quanto successo non osai parlare di quel mazzetto di girasoli; soltanto dieci giorni dopo, quando i titolari si erano ripresi decidendo di riparare i danni e ripartire, trovai il coraggio di chiedere dei fiori: mi accompagnarono tra i legni ancora neri davanti al vasetto. Erano tutti bruciacchiati tranne uno rimasto intatto e così quell’immagine divenne un dipinto”.

Dopo alcuni mesi di crisi in cui Marco non aveva più dipinto, quello fu il primo passo che lo spinse nuovamente a dipingere capendo quale erano le cose che doveva, che voleva dipingere: solo le cose che lo facevano arrabbiare, le cose ingiuste. Questo sarebbe diventato il suo compito d’artista e da quel momento, era il 2013, Marco abbandonò definitivamente e totalmente l’architettura per la pittura, per dipingere veramente, per dipingere fiori, con entusiasmo e con chiara la strada da seguire.

Nacque la collezione “Le rose di Damasco in guerra” particolari rose antiche che rappresentavano gli stati d’animo: fiori con solo le corolle perché svuotati dentro, che rappresentano le donne della Siria con i dolori della guerra e le loro umiliazioni, ma anche le donne di tutto il mondo che subiscono violenza in ogni modo.

Marco continuerà con il periodo dedicato al Tibet con il focus sempre incentrato sull’umiliazione delle persone, la violenza verso un popolo: non la rappresenta con il sangue della guerra e del dolore, ma usa sempre la bellezza dei fiori, anche se si snatura per trasmettere messaggi di violenza e per rappresentare la ribellione di Marco.

Il 2018 vede la nascita di una nuova collezione di fiori “la settimana degli uomini bianchi” con i bianchi e neri come distinzione di due mondi: non la descrizione del colore della pelle dell’essere umano, ma la rabbia causata dal razzismo dell’uomo bianco verso il nero e viceversa che crea odio tra le persone. La settimana degli uomini bianchi sono sette quadri, uno al giorno, che rappresentano la loro cattiveria: sarebbe dovuta seguire la settimana degli uomini neri, ma successe qualcosa che stravolse interiormente Marco e la settimana dei neri non venne alla luce, ma lasciò posto, passo per passo, ad una nuova vena.

La corona del re, la spada del re, lo scudo del re, questi nuovi dipinti lo allontanarono dal filone dei fiori per il filone del re come difensore del suo popolo, dei suoi soldati, del suo regno, della regina. Dipinge il cavallo del re e poi le mani del re: qui davanti alle mani, mani segnate e scavate dagli anni, Marco continua a raccontare le storie del re, ma anche a vivere la sua storia interiore e contemporaneamente a chiedersi chi è quel re.

Il re è l’uomo, siamo tutti noi, sono le brave persone – dice Marco – spiegando come ai polsi di quelle mani del re ha dipinto dei bracciali, quelli che lui indossa quotidianamente.

La storia del re non può che continuare con la sua sposa e così segue il dipinto “La corona della regina” che riporta ad un tema caro a Marco: la donna.

Fiori, uomini, donne: l’umanità con i suoi stati d’animo è ciò che interessa a Marco e così la sua pittura diventa sociale.

I suoi quadri sono la sofferenza che lo pervade e che fa urlare la sua rabbia verso la violenza che in modi e luoghi diversi ha contagiato l’umanità, la violenza che quasi lo terrorizza e lo ha portato ad isolarsi e scollegarsi per rifiutare le falsità che sempre più impregnano il nostro mondo. Infatti quando chiedo a Marco: “Dove vorresti andare a vivere?” la sua risposta è “un’isola con la mia musica ed i miei colori”.


I viaggi di Marco sono stati soprattutto i tantissimi chilometri percorsi con la sua spider, e un luogo dove passare degli anni, un luogo adatto ad un artista dove staccare e ridurre i contatti con gli altri potrebbe essere la Sardegna. Un luogo dove creare le sue opere piene di spiritualità e passionalità, un luogo che riappacifichi, ma al tempo stesso, alimenti quella sofferenza che pervade Marco e che lega destino, mistero, mutevolezza, follia, amore, arte in cui Marco fa quotidianamente le sue incursioni da passionario.