Erika Trojer, fotomodella, artista, piccola imprenditrice, nasce in Alto Adige a San Candido in un maso tra i prati, ad un chilometro dal paese in fondo alla Val Pusteria; lì vive fino a 18 anni senza mai allontanarsi da quei luoghi e dalla vita semplice e talvolta dura quando nelle vacanze estive si lavora, ma con tanta voglia dentro di sé di esplorare il mondo.

Terminati gli studi inizia a partecipare a dei concorsi di bellezza e poi nel 1986 a Miss Italia: da quel momento comincia la collaborazione con una nota agenzia milanese che le permette di uscire dalla stretta valle per girare il mondo. Catapultata in aereo da Milano a New York, a Parigi, Tokyo lavora come fotomodella tanto intensamente da guadagnare e risparmiare per comprarsi il primo appartamento a Milano, in zona Navigli.

Il risparmio, conservare, non sprecare, riutilizzare sono le parole che i genitori le hanno sempre insegnato: il ricordo della mamma che disfaceva un vecchio maglione e riutilizzava la lana per fare delle calze è l’immagine che Erika conserverà per sempre; con questi principi affronta il primo periodo professionale nel mondo della moda basato invece sull’esteriorità ed il consumismo, riuscendo a rimanere in equilibrio tra questi opposti fino a quando, successivamente, inizierà la strada dell’artista quasi per gioco e poi come attività.

Per lavoro e per amore vive tre anni anche ad Amburgo: nel ’96 nuovamente a Milano incontra Enzo, futuro marito e padre di Greta la prima figlia che nascerà nel 1997 e di Goffredo poi. Erika s’innamora subito di quest’uomo matto, simpatico, che la fa ridere tantissimo e con lui e la figlia va a vivere nella sua casa di famiglia a Cernobbio, abbandonando l’attività di fotomodella.

Erika è anche una piccola imprenditrice: sotto la casa dei Navigli ha acquistato un magazzino che, dopo aver ristrutturato, affitta e a Cernobbio ristruttura il vecchio forno del pane del paese che diventerà lì suo atelier d’artista: lo Spazio Forno. 

A Cernobbio comincia timidamente l’attività d’artista realizzando un quadro con vecchie foto del marito regalandoglielo per il suo compleanno e continua mettendo insieme delle sete.

La passione per l’arte deve passare attraverso lo snobismo dei comaschi che la considerano una ex fotomodella sposata ad un uomo benestante, ma Erika non si perde d’animo anche perché convinta di ciò che vuole e poco le importa del consenso della città.

Inizia a girare per le discariche, i magazzini, le case che vengono svuotate per raccogliere cose e oggetti di ogni genere e in gran quantità e, per non lasciarli morire, per portarli nel suo Spazio Forno. Un giorno poi li pulirà, li dividerà e il suo cuore e la sua mente li faranno rinascere, trasformandoli con le sue mani e a volte con l’aiuto di un amico fabbro, in chissà quale opera. Saranno gesti d’amore a creare pezzi unici, storie di oggetti apparentemente morti che rinascono, opere mai scontate o banali, semplici, ma piene di significato.

Ad Erika serve questo percorso per stare nella calma dell’atelier con la sua solitudine e le sue creazioni e in un’atmosfera quasi mistica che le fa raggiungere un benessere interiore.

Ecco perché per lei sviluppare questa creatività diventa come una pratica zen dove il trovare cose l’aiuta a trovare continuamente se stessa. In questo percorso iniziato inconsciamente fin da bambina, l’acqua è determinante, l’acqua del torrente della val Pusteria, del Naviglio milanese, del lago di Como l’accompagna ed è un segno del grande benessere che la natura in cui è cresciuta le dà e che rimane come legame col passato e come energia per il futuro. La natura forma il suo carattere durante l’infanzia: in inverno Erika va a sciare tutti i giorni e in estate, con una banda di ragazzi, gioca nella calma dei boschi con il cinguettio degli uccellini.

Le fasi del suo percorso artistico e personale significano: recupero, pensiero e nuova vita.

Erika gira per le discariche, magari per cercare delle sedie e poi vede altre cose che l’attraggono e le porta via perché sente che poi qualcosa nascerà; le sue “boutiques“ sono i luoghi dove gli altri buttano, eliminano. A volte ci sono anche persone che conoscendola, prima di gettare qualcosa, la chiamano.

Una volta arrivate nello Spazio Forno, le cose riposano sotto gli occhi di Erika che pensa e ciò che poi nasce è sempre diverso, ma seguendo il filo conduttore del riciclo del materiale che ispira la creatività; un solo materiale non le piace, la plastica. Erika non ama le piccole opere, ma i grandi pezzi utilizzando la moltitudine di oggetti assemblati: come tanti bossoli che diventano tavoli, teste di bambole che diventano un collage, gli occhialini recuperati dopo la visione di un film 3D che diventano una lampada o gli ingranaggi di orologi sveglia che diventano Mr. Clock o ancora una lampada creata dopo aver trovato cento occhiali anni ’60 in avorio. Le è anche capitato di fare con dei galleggianti di sughero consumati dal mare, delle spugne e delle reti da pesca, un pescatore seduto su un cilindro di ferro.

Normalmente Erika realizza prima un prototipo, ma spesso quel l’esperimento è già un’opera riuscita; dopo il recupero nascono opere che da Cernobbio salgono su elicotteri privati di clienti che soggiornano a Villa d’Este, e girano il mondo volando a Londra o New York.

Così è stato con un toro creato unendo diversi listelli di legno recuperati smontando le porte di un ristorante argentino di Milano da ristrutturare: Erika, nata sotto il segno del toro, si era fatta questo regalo ma poi un giorno l’ha venduto.

Così convivono felicità e tristezza: prima la gioia di crearlo e dopo il dolore di vederlo andar via, proprio come con i propri figli; tutte le opere di Erika sono oggetti veri, originali, sono come bambini che hanno un’anima.

Erika da bambina a Natale riceveva cose utili, vestiti non bambole, a parte un orsacchiotto che conserva ancora: i suoi giocattoli erano legnetti, cortecce e muschio che raccoglieva nel bosco e a casa costruiva casette e stalle con le mucche dentro che erano le pignette.

Greta, la figlia, invece da bambina riceveva tanti giocattoli che la nonna portava dai mercatini della Francia ed Erika comincia anche lei a regalarle vecchi giocattoli non di plastica e, quando la figlia è ormai grande, continua a comprarne innamorandosi poi delle sue collezioni. L’anno scorso a Natale decide di esporli tutti in una vetrina a Cernobbio e di venderli, soffrendo.

Erika, forte, decisa, intraprendente, ma anche sensibile che cerca la dolcezza ed il romanticismo in cui si rifugia per combattere la durezza e la crudeltà del mondo reale da cui talvolta scappa.

La storia di Erika artista volge al termine, ma la ritroveremo, imprenditrice, insieme al marito Enzo Schettino impegnati nella ristrutturazione di una casa sopra a Torno ed un maso in Val Pusteria: poi le storie di Enzo imprenditore, pilota e collezionista di arte africana e asiatica.