Parasite è stato il film straniero (coreano ndr.) dominante alla notte degli Oscar 2020 vincendone “solo” quattro: miglior film, miglior regista, miglior film in lingua straniera e migliore sceneggiatura originale.
L’opera di Bong Joon-ho ha contagiato tutti e riscritto una pagina del cinema contemporaneo.

Chi lo ha visto – e chi non lo ha ancora fatto corra subito a rimediare! – ha scoperto che questo film è raccontato in una lingua universale: la lingua dell’architettura degli interni.
Ovvio, la storia è raccontata con i dialoghi e con la recitazione, ma come nelle più grandi pellicole di Stanley Kubrick tutto quello che comprendiamo e interiorizziamo è narrato tramite l’uso degli spazi. Tutto il film viene girato all’interno delle due abitazioni: ogni elemento e protagonista viene compresso ed espanso nelle case e negli spazi delle due famiglie protagoniste. È una storia di case e di classi sociali.

La famiglia Kim – i poveri, per dirla breve – vivono in un appartamento piccolo e trasandato. Ecco il primo racconto: l’immagine iniziale del film è una carrellata che, partendo dalla piccola finestra del loro seminterrato che dà sul livello strada, scende e scende giù fino a inquadrare i protagonisti. Come dire, più in basso di così non si può.

La casa ci viene mostrata dal movimento dei personaggi, che vagano dispersi per l’appartamento in cerca di una salvifica rete WiFi da scroccare ai vicini: un salotto a dir poco usurato, un angusto corridoio che porta alle camere e un bagno, ambiente principale della loro abitazione con un water posto su un gradino insensatamente alto.

È uno spazio chiuso in se stesso, che non concede uscite ma solo uno scorcio infimo del mondo esterno tramite una piccola finestrella. Grazie a un ubriacone con cui dialogano attraverso la finestra del bagno, i Kim elaborano una truffa e riescono a diventare il tutore, la tutrice, l’autista e la governante di una casa ricchissima, quella della famiglia Park.

La casa è un’esclamazione del minimalismo moderno, costruita in legno e cemento, con ambienti ampi e scale lisce che salgono ai piani con le camere e scendono in un sotterraneo. Una porta finestra gigantesca regna sul salotto, mostrando un giardino interno stupendo. Un confronto a dir poco impari con la finestrella dei Kim.

Leggendo il progetto architettonico della villa si capisce come ogni piano e ogni ambiente si faccia carico di un significato particolare. Al piano terra è assegnata la finzione del mondo moderno, al piano primo e alle camere si trova l’aspirazione sociale. Salite quelle scale si tramuta la finzione a vantaggio del risultato. La porta finestra che si apre sul giardino privato è lo schermo TV della ricca famiglia, chiusa nelle sue mura di cemento ma con un 50” per guardare il mondo. E nel piano più basso c’è il regno dell’abbandono, del dimenticato, del sociale. Quello sguardo così difficile da sostenere che non possiamo far altro che distogliere gli occhi.

Tutto procede secondo i piani della famiglia Kim, fino a quando un avvenimento scuoterà le fondamenta delle famiglie e delle loro abitazioni: la scoperta di un nuovo ambiente, un ambiente che nessuno pensava esistere in quella dimora. L’inserimento di un nuovo spazio muta la storia mentre l’ampliamento della casa amplia a sua volta la storia, creando una concatenazione di eventi che porterà… non vi dico dove, sennò rischio di rovinarvi la sorpresa.

Sappiate solo che sia le due abitazioni sia l’impianto elettrico sono stati progettati e realizzati da zero – hanno costruito apposta due case per il film! – e il metodo con cui sono stati ralizzati giocano un ruolo dominante e imprevedibile nelle metafore e nella trama di Parasite.

Architettura e design diventano strumenti per un racconto a dir poco virale.

Le due case raccontano il mondo in cui vivono i personaggi. Sia la disposizione metropolitana che domestica delle abitazioni usano rispettivamente il linguaggio dell’architettura urbana e della progettazione di interni per sottolineare le differenze che corrono tra le due famiglie. L’uso sapiente degli spazi e il loro racconto parlano al nostro Io, per trasmetterci significati più profondi che non possono essere detti.

Quanto è profondo il divario sociale? Quanto bisogna dimenticare e non vedere? Possibile che le vittime siano sempre le stesse? E poi, via tutto. Tutto si annulla. Luce accesa sugli spazi immensi di casa Park, sottofondo de In ginocchio da te di Gianni Morandi: la stupenda illusione dell’ascesa sociale.

The End.