Il peggiorare dello stato di salute del comparto arredo e design, iniziato nel 2019 e aggravato da mesi di incertezza, impone serie riflessioni. I dati in perdita sono controbilanciati da una cauta fiducia, ma questo non basta a traghettare il settore fuori da un caos generato dall’ansia per un futuro poco nitido. Laddove in troppi vogliono dire la loro, senza poi dire nulla, ho intercettato la posizione di Odo Fioravanti. Una lunga chiacchierata con lui mi ha fatto capire quanto sia importante supportare l’industria partendo dall’anello creativo e quanto sia fondamentale trovare una mediazione tra differenti correnti di pensiero.

Da un po’ mi girano in testa dei pensieri che mi piaceva condividere, e che seguono questo periodo complesso legato alla pandemia e al caos in cui sta vivendo il design”. Inizia con queste parole il suo video su IGTV, la sua amabile semplicità e la disarmante schiettezza attirano la mia attenzione suscitando curiosità. Decido di chiamarlo e mi ritrovo immerso nelle acque di un fiume in piena. Odo pensa ai fattori che fanno funzionare questo sistema e grazie a cosa in realtà si regga in piedi. Ma c’è una personale considerazione come premessa e che condivido fino in fondo. “È in atto una sorta di tradimento, sembra che molti stiano pensando solo al proprio presente in un universo che pare non essere più in grado di guardare oltre rischiando di esaurirsi”. Per Odo Fioravanti la tendenza di questi ultimi anni ha portato alla ribalta esperienze progettuali che hanno avuto la pretesa di essere esemplari per il resto del design, quasi un design per alti designer, “viaggiano su un binario parallelo confrontandosi con il design solo attraverso auto-proclamati paradigmi da guardare per imparare”. Come non essere d’accordo, io che lamento da un po’ la troppa autoreferenzialità nell’ambiente. “E’ un gergo interno alla disciplina che allunga le distanze, un design un po’ pazzerello che costringe a comportamenti inusuali che allontanano la gente dal reale significato di progetto”. A me viene in mente la poltrona Sacco, non certo un design colpevole, ma troppo ludico e bizzarro per trasmettere il senso di una progettualità che oltre a forma e funzione ne spieghi il perché.

L’allontanarsi da certi punti di riferimento è indubbiamente dovuto al cambiamento di una società dove tutti sono protagonisti ma c’è di più e, come Odo sottolinea, anche la preparazione del designer è diversa, “oggi ci si specializza all’Università, mentre un tempo uscivi da lì con tanta teoria in testa, ma per la pratica dovevi andare “a bottega”. Certi passi intermedi non vengono più considerati, la verità è che tutti desiderano insegnare qualcosa attraverso il proprio lavoro troppo velocemente e autodefinendosi maestri. Una carenza di umiltà che mi preoccupa, perché un atteggiamento troppo spettacolarizzante rischia l’effimero, il giusto approccio è l’attesa non la spinta”. Molti progetti li considera infatti sofisticati all’origine. Nascono per essere considerati tali e destinati a pochi. L’esempio virtuoso è Enzo Mari, a Triennale Milano è in corso una mostra a lui dedicata, i suoi oggetti non sono certo entrati nelle case di tutti gli italiani, ma nel tempo il suo insegnamento si è manifestato nel lavoro di una nuova generazione di progettisti, “Mi piace pensare che il loro agire sia stato influenzato dal suo esempio”. Questo chiarisce come per Odo Fioravanti dovrebbero essere gli approcci corretti. Maestri coraggiosi e determinati, soli contro tutti dritti per la loro strada e allievi pazienti disposti al sacrificio dell’attesa.

Non a caso la citazione di Paolo Ulian, per un paio di anni a bottega dal maestro Mari e oggi tra i più riconosciuti designer contemporanei. Al fianco di progetti ideati per rassegne e mostre, modelli e tirature limitate, una serie di oggetti prodotti in larga scala che iniziano a farsi spazio nell’immaginario collettivo. “Ha fatto tanta gavetta, il suo è veramente un lavoro esemplare, è il segnale concreto che ancora c’è chi attraverso questa disciplina si fa carico della responsabilità verso un sistema e per me questo si traduce in produttività e autosostentamento”

Produttivi e autosostentanti, per chiarire il concetto, Odo cita come esempio il teatro sperimentale che ha perso un’occasione importante cercando di sopravvivere solo grazie ai fondi statali. “Quel tipo di teatro, che potrebbe contare anche sulla vendita di biglietti, ha messo in scena opere tanto incomprensibili da perdere di vista l’opportunità di andare incontro alla gente: se la gente non capisce, non puoi sperare che paghi per il tuo lavoro. Questo fa si che tutto rimanga tra le mura di circoli ristretti senza che nulla cambi al di fuori di questi. Nel Design il tema è ancor più scottante perché nasce a ridosso dell’industria e, per i “puri”, troppo sporcato dalle regole del profitto. Per certe visioni vetero-comuniste, trascina con sé una sorta di peccato originale. Ma in un momento storico come questo in cui la giostra rischia di fermarsi, chi sta sopra quella giostra dovrebbe chiedersi chi la faccia girare. C’è un motore collegato a un filo che termina con una spina che entra in una presa, ma tutto funziona perché c’è corrente”. Nella complessità del design ad elettrificare sono gli imprenditori con le loro industrie, legano il loro lavoro alla produttività, al profitto non solo per sé stessi ma anche per l’intero sistema. “Molti designer come me hanno cercato una mediazione tra la produzione di contenuti e la cultura del progetto cercando di far girare gli ingranaggi, questo è ciò che considero un atteggiamento responsabile e congeniale, sia per l’approccio alla disciplina sia alla produzione”.

Sembra che, da buoni CT della Nazionale, tutti abbiano la soluzione in tasca. Ma neanche a parole si ha il coraggio di abbozzare ipotesi plausibili, scadendo quasi sempre nell’ovvietà di rimedi lenitivi che non curano. Al contrario, seppur ricca di metafore e di riferimenti, la posizione di Odo Fioravanti è chiara e propositiva: “Dobbiamo riformulare un pensiero e guardare a chi può far ripartire la giostra, a chi pensa a prodotti da produrre in misura maggiore di 10. Quelli che vanno incontro alle persone e non restano speculazioni per pochi, quelli che non rimangono lì, come messaggi in uscita e che non arrivano mai. La verità è che i pezzi unici, spesso sottratti all’arte perché la critica li stroncherebbe, e le piccole serie limitate non cambiano di una virgola il sistema e non lo fanno girare. È un lavoro legittimo e sacrosanto, chi lo fa deve continuare a farlo ma è inutile e insensato contrapporlo, come in una sfida, a quello di chi invece pensa anche a far funzionare le cose. Serve la mediazione, che si traduca in collaborazione tra designer e azienda, senza rigidità e radicalismi. Mi piaceva rimettere al centro questo tema perché se c’è un futuro per il design, risiede proprio in una pacificazione di questi due mondi, una riconoscenza reciproca rispetto alle necessità di entrambi gli approcci. Non dimenticando però che la giostra la faranno ripartire quelli li, quelli del peccato originale”.