Il dibattito sull’era geologica dell’Antropocene, tema così inflazionato degli ultimi decenni, avrebbe dovuto suggerirci qualcosa. La certezza che i mutamenti geologici e climatici siano il risultato dell’impatto che l’attività dell’uomo ha sul pianeta è diventata nel tempo una catastrofica ovvietà che, puntuale, ha presentato il conto. Per evitare di sbattere nuovamente contro un muro dovremmo iniziare a parlare di adattabilità evitando di vestire la normalità con nuovi abiti. Meglio fare largo a una visione aggiornata dove porre al centro l’umanità, soggetta a repentini cambiamenti e non l’individuo con la sua mano pesante. Oltre il pensiero antropocentrico verso relazioni tra le parti di un sistema. L’apertura nei confronti di approcci rivoluzionari renderà sempre più facile superare un problema senza crearne altri. L’importanza delle correlazioni diventa quindi un punto cardine sul quale il designer oggi si interroga. La pratica dello Speculative Design abbraccia questa idea, non un modo per risolvere ma un mezzo per fare critica, generare discussioni ed esplorare possibili futuri preferibili. Ho voluto parlarne con Debora Bottà, tra le maggiori esperte di Service & UX design e con Ernico Bassi e Mirko Balducci di OpenDot, per avere un quadro completo dalla teoria alla pratica.

Sebbene la necessità di rendere il design humanity centred sia diventata il fulcro di un dibattito sempre più acceso, i metodi individuati rischiano spesso di creare fraintendimenti. Così Debora Bottà ideatrice di UXlab.it e design manager di Tangity, rete globale di studi di design di NTT DATA impegnati nella progettazione di prodotti e servizi che possano migliorare la vita delle persone, chiarisce subito: “lo Speculative design non è un esercizio di fantasia, non è science fiction, da quest’ultima prende spunti per aprire la mente, è analisi di dati e trend in atto che stabiliscono legami tra presente e futuro immaginato per ripensare il quotidiano”. Risiede infatti nel proiettare la realtà di tutti i giorni negli anni avvenire, l’opportunità di interrogarci sulle implicanze del presente. “Si utilizza la progettazione di uno scenario, a volte si progettano artefatti, spesso si creano mostre artistiche dove immergersi in scenari immaginati, fare critica e discussione per capire cosa fare oggi per evitare un futuro distopico”. Non si tratta di previsione, la pura immaginazione non è contemplata dal design speculativo. www.uxlab.it

Probabile, plausibile, possibile e preferibile, il futuro non è lineare perché siamo imprevedibili e non solo perfetti consumatori. Lo Speculative Design si pone quindi una domanda: come evitare futuri meno desiderabili? E la risposta trova fondamento nelle differenze con il design tradizionale. “Non risolve i problemi ma li cerca per metterli al centro della discussione. Non è la progettazione di un prodotto o di un servizio è la definizione di un piano di azioni da svolgere in un lasso di tempo per mettere a fuoco direzioni e non soluzioni”. Anthony Dunne e Fiona Raby dell’omonimo studio londinese, tra i primi a stimolare il dibattito tra designers in materia, sono gli autori del manifesto a/b che compara la disciplina e la pratica considerandone caratteristiche e differenze per stabilire che, quest’ultima, può trovare spazio su terreni fertili come mezzo per generare cambiamento sociale e non in mercati come strumento destinato al singolo. “Non asseconda i bisogni ma si concentra su contesti sociali, non si rivolge a consumatori ma a cittadini, non a utenti ma a persone. Per questo non può essere inteso come adatto a creare prodotti innovativi e tecnologici, il suo compito è quello di contestare il ruolo di questi nella vita quotidiana mettendo in discussione il mondo in cui viviamo”. Sembrano posizioni diametralmente opposte ma il designer tradizionale è chiamato a ripensare anche al ruolo della tecnologia nell’uso comune, non tanto le applicazioni quanto le implicazioni. Un forte senso di responsabilità di fronte agli effetti del suo lavoro e uno sguardo ai risvolti etici. “Lo Speculative Design può aiutare il designer impegnato a progettare prodotti o servizi ad avere un punto di vista globale, utilizzando segnali di comportamenti per anticiparne implicanze positive e negative. A volte immaginare che tutto è andato per il verso sbagliato aiuta a individuare le conseguenze e non solo le necessità. È utile nel rapporto con le aziende committenti per proiettare comportamenti generati dall’utilizzo di un prodotto e per privilegiare indicatori di performance qualitativi e non solo quantitativi. Il design non è mai un atto neutrale quando progetti non definisci solo forma e funzione ma anche le azioni.

Per uscire dal pensiero razionale evitando di perdere il contatto con la realtà e sconfinare nella fantasia, lo Speculative Design ha bisogno di esperienze concrete sulle quali basarsi, di approcci collaborativi e partecipativi, richiede la presenza di esperti competenti in diverse materie. “Per avviare un workshop attiviamo team e facciamo ricerca, utilizziamo card trasformandole, ad esempio, in what if question, domande e spunti che provengono da tendenze di cui si parla oggi, da proiettare nel domani. In quello sul futuro del lavoro ogni card rappresentava comportamenti sociali, mutamenti dell’economia e dell’ambiente. Sono stati pensati scenari e sviluppi desiderabili, con il metodo del back casting abbiamo poi ricostruito a ritroso il percorso che ci ha condotto fino a lì e definito le strategie per sceglierli o evitarli. Diversi gli esercizi per allenare l’immaginazione, la defamiliarizzazione è fondamentale per spogliarsi di tutte le informazioni in nostro possesso, annullare condizionamenti e ottenere equilibrio e bilanciamento nello slegarsi dal conosciuto. Il Pre-Mortem invece, analizza le cause di un possibile insuccesso prima che questo accada, mappa i rischi e suggerisce azioni per evitarlo.

Nella pratica quello che serve è una committenza con le idee chiare, un obiettivo e un arco temporale ben definiti, una domanda da porsi e un gruppo di persone capaci di immaginare senza condizionamenti e preconcetti. Così il Comune di Milano interrogandosi sul futuro dell’agricoltura urbana, nell’ambito del progetto Openagri, in collaborazione con la Camera di Commercio, ha chiesto a OpenDot di delineare 5 scenari futuribili. Attraverso il metodo dello Speculative Design e la personalizzazione della piattaforma collaborativa Remo, il fab lab milanese ha coinvolto 32 studenti NABA in Future Fields – Urban Farming for the Milan of Tomorrow, un hackathon online che ha avuto il compito di individuare soluzioni innovative per una città più sostenibile, da attuare entro il 2025. Lo scenario proposto ai partecipanti chiedeva di pensare a nuove pratiche fuori terra in un contesto in cui la pandemia non fosse risolta completamente. “Abbiamo immaginato dove vorremmo essere tra 5 anni, ma non avremmo ottenuto risultati senza il coinvolgimento di esperti, non ci può essere esplorazione di scenari senza un’approfondita conoscenza dei fenomeni che accadono nel presente, racconta Enrico Bassi, Direttore di OpenDot, le idee emerse dagli studenti sono state raccolte in un fictional report dal futuro, redatto da un’agenzia internazionale immaginaria. I simulacri che abbiamo visto in questa occasione forniscono un’angolazione su ciò che potrebbe essere, su ciò che potrebbe funzionare. Da questa esperienza mi piacerebbe che emergesse un nuovo atteggiamento verso la progettazione che ne valorizzi il ruolo sia nel pubblico che nel privato. Oltreoceano in molte grandi corporation certe pratiche sono ormai consolidate, interessante è osservare che certi strumenti si stanno spostando alla portata di soggetti più piccoli e con obiettivi del medio breve termine. www.opendotlab.it

Una settimana di lavoro da remoto con un palinsesto fitto di attività, la partecipazione di tutor e mentor nazionali e internazionali, conclusa con la presentazione dei progetti selezionati, una premiazione per “Piantala!” di Leonardo Bosatra, Letizia Bultrini, Elena Cusini, Andrea Popescu e Ilaria Sacchi e la menzione speciale per “Hedera” di Elena Ferrando, Miriana Leuci e Elena Zecchin. (http://bit.ly/progettiopenagri) “Più passa il tempo più credo che l’unico modo per prevedere il futuro è essere già lì”, la pensa così Mirko Balducci, coordinatore del progetto, “Se non ci fosse stato il GPS o la fotocamera nel cellulare, il mondo sarebbe stato diverso. La differenza tra reale e irreale dipende dal fatto che qualcosa è accaduto, che un’idea ha preso forma, è una chiave di volta, un momento in cui si devia dal futuro immaginato e si finisce nell’inaspettato. Così abbiamo pensato a produzioni locali, valorizzazioni di quartiere, punti di partenza declinati in vari modi, come cambiano la gestione del tempo, dello spazio, lo stare a tavola, le relazioni umane in periodi critici come quello che stiamo attraversando. I gruppi sceglievano in autonomia l’area di intervento e un aspetto di scenario futuro declinandolo alla città di Milano. La strategia del Green Deal da attuare entro il 2025 prevede azioni per un sistema alimentare equo, sano e sostenibile. Quella Dal Produttore al Consumatore include invece 27 obiettivi da raggiungere entro il 2030. Il tema dell’urbanizzazione è altrettanto centrale, il trend cresce in maniera inarrestabile, la popolazione è più urbana che agricola. “La combinazione dei due fattori rischia di alienarci e di trasformare la produzione di cibo spingendola agli estremi dell’industrializzazione come le grandissime distese di mais monocoltura dannose per l’ambiente o le fattorie destinate ad allevamenti intensivi. Riportare la produzione di cibo nell’area urbana e periurbana significa intervenire su entrambi i problemi, significa riportare la natura in città, non perdere il contatto con la produzione oltre che con il consumo, significa capire quale differenza c’è tra una mela o una banana, tra una cosa prodotta al parco a cinquecento metri da casa e una cosa che ha viaggiato settimane sull’oceano. Una volta quando una persona non era capace si diceva braccia rubate all’agricoltura ponendola all’ultimo gradino della scala lavorativa, quasi offensivo fare il contadino. Oggi fare agricoltura è una cosa innovativa. Israele, la cui superficie è principalmente desertica ha programmi sull’agricoltura innovativi a livello globale”. In quest’area, infatti, chi oggi lavora in agricoltura sono startup in grado di parlare di comunicazione, modelli di business, impatto sociale, fondi e considerano il verde un nutrimento per le comunità più prossime.

Lo scenario che emerge dal progetto, che ha individuato nello Speculative Design il mezzo ideale per immaginare futuri diversi, possibili e preferibili, è quello di una città, dove iniziative differenti coesistono in un panorama ecosistemico. Da qui si dovrebbe ripartire per rendere più diffusa, nelle grandi città, la realtà dell’agricoltura urbana, con azioni partecipative e collaborative che creino presupposti per cambiamenti radicali.