Nell’anno 1817 Antonio Cova apre a Milano, a fianco del Teatro alla Scala, il Caffè del Giardino (Corsia del Giardino era infatti il nome dell’attuale via Manzoni). Il locale fu ben presto ribattezzato Caffè Cova e divenne, negli anni a seguire, non solo uno dei caffè più eleganti della città, ma anche punto di ritrovo di famosi scrittori, artisti e pensatori, nonché simbolo del patriottismo italiano.

Perfino Mazzini ha frequentato il Cova e non è difficile immaginarsi giornate in cui i rivoluzionari cospiravano stando bene attenti a non farsi sentire dai soldati austriaci che pure frequentavano il Caffè. Il fondatore stesso, Antonio Cova, fu nominato capo di una barricata che pare venne eretta proprio davanti al suo locale durante le Cinque giornate di Milano.

A fianco della storia politicamente impegnata, e intrecciandosi con essa, si svolge quella mondana fatta di vip, delle loro tresche segrete e del loro ozio, rendendo il caffè un vero e proprio palcoscenico conteso da questa generosa fetta di società ottocentesca. Fu proprio al Cova, ad esempio, che avvenne il primo incontro tra Eleonora Duse e Arrigo Boito, durante una cena alla quale era presente anche Giovanni Verga.

Nel 1950 Cova lascia la sede storica, danneggiata dai bombardamenti che colpirono anche il Teatro alla Scala, per spostarsi in via Montenapoleone a Palazzo Marliani, edificio disegnato da Piermarini. Il Cova non perse comunque la sua identità: negli anni Sessanta il caffè era frequentato da industriali, editori e giornalisti.

Insignito del titolo di “bottega storica” dal Comune di Milano tra il 2007 e il 2008, simbolo del Made in Italy, il Cova ha iniziato a espandersi nel mondo fin dal 1993, anno in cui venne inaugurata ad Hong-Kong la sua prima pasticceria-ristorante. Furono poi aperte “boutique di Pasticceria” in Cina, a Taiwan, negli Emirati Arabi e a Montecarlo; nel 2013, Cova entrò nel gruppo LVMH (Louis Vuitton Moët Hennessy). Sebbene questa piega internazionale possa far pensare ad un cambio radicale del caffè, a mio avviso essa si allinea perfettamente con la sua indole, sempre estroversa e rivolta ad un pubblico ampio e di un certo tipo.

Internazionale, in fondo, il Cova lo è sempre stato, tanto da finire nelle immortali opere di Hemingway (e non solo) che negli ultimi anni della Grande Guerra fu autista di ambulanza volontario della Croce Rossa americana proprio a Milano. Questa esperienza è stata in gran parte trasferita in “Addio alle armi”, romanzo ambientato a Milano: sullo sfondo della Prima guerra mondiale, Hemingway racconta la storia d’amore proprio tra un guidatore di ambulanze americano e un’infermiera inglese. E il Cova viene spesso citato: proprio lì, Frederic compra dei cioccolatini da portare in ospedale a Catherine e proprio lì vorrebbe portarla a cena prima di trascorrere la notte con lei…

«[…] avrei voluto essere a Milano con lei: portarla a cenare al Cova, e poi camminare per la via Manzoni, entro la calda sera di Milano, con lei, e svoltare e seguir il Naviglio e arrivare all’albergo con Catherine Barkley».