Devo ammetterlo, sono sempre stato molto scettico nei confronti delle mostre interattive che da qualche anno si vedono in giro per Milano.

Ho sempre pensato che non valesse la pena andare ad una mostra a pagamento per stare davanti a dei monitor che proiettano le migliori opere d’arte del mondo; ma stavolta mi sono detto: “Chi diavolo sono io per criticare senza mai essere andato ad uno di questi eventi?”.

Dunque, domenica scorsa ho deciso di farmi coraggio e “saltare” nell’universo di “Inside Magritte” in mostra alla Fabbrica Del Vapore di Milano.

La mostra si sviluppa in tre sale, dove la prima funge da sala di accoglienza, con pareti decorate per poter scattare selfie per i nostri canali social, varie riproduzioni a grandezza surreale di elementi richiamanti il genio di Magritte, e una insoddisfacente biografia dell’artista suddivisa per date significative, il tutto reso illeggibile dalla scarsa funzionalità dell’illuminazione che garantisce ombre smisurate proiettate sul testo.

La seconda sala è tutto ciò che vi è di sbagliato quando si deve combinare un monitor all’illuminazione di uno spazio. Tappezzata da schermi che mostrano scritte e opere dell’artista, è normale che si creino interferenze con l’illuminazione della stanza.

La difficoltà nel visionare il contenuto dei monitor dovuta ai bagliori causati dai faretti a binario installati a soffitto, rende la visita fastidiosa e crea, a mio parere, la fretta nel visitatore di passare alla sala successiva.

La mostra Inside Magritte alla Fabbrica del Vapore, Milano, 8 ottobre 2010
(LaPresse – Claudio Furlan)

Si arriva dunque alla terza ed ultima sala e qui, devo dirlo, la situazione migliora leggermente; è assodato, si prova molto stupore nell’essere immersi in proiezioni a tutt’altezza sulle pareti della sala accompagnati da suoni che abbracciano le proiezioni sui muri.

Fortunatamente in questa sala il problema della luce non si pone, dato che l’unica fonte di illuminazione sono i proiettori stessi; ovviamente dalla nostra ombra non si può scappare e, costeggiando le pareti, è praticamente impossibile non vederla proiettata su di esse.

In conclusione, tralasciando l’opinione personale sulla struttura della mostra, che a parer mio risulta poco interessante se teniamo conto che è l’equivalente del visionare opere d’arte comodamente a casa davanti al proprio computer, ritengo che l’illuminazione generale renda molto più sgradevole la visita di ciò che in realtà è.

Rimango dunque dell’idea che una buona mostra deve essere vissuta a pieno e per farlo non c’è bisogno di suoni, luci o odori, basta avere davanti l’opera d’arte materiale, che è decisamente sufficiente per raccontare storie e farci emozionare.