gggggggggggggggg

Agostino Oslo

La sera di San Valentino, io che ho qualche problema con una certa parte della sfera affettiva, l’ho passato all’Hangar Bicocca a guardarmi la mostra di Eva Kot’átková, che veniva inaugurata. La cospicua coda all’ingresso mi ricorda che l’accesso principale avviene tramite l’opera Stomach of the world, un percorso stretto e curvo che mima le pieghe dell’intestino e che conduce in una stanza dove è proiettato il film dell’artista che dà il nome all’opera.

Decido quindi di bermi prima un Milano Torino dopo aver spiegato al barman che non è uguale all’Americano: non ci va il Seltz.

La coda sparisce solo dopo che ho bevuto il terzo Milano Torino e un po’ brillo vado a vedere lo stomaco. È estremamente suggestivo: il mondo, visto allegoricamente come un corpo, è una discarica caotica in cui abitanti alternano in maniera aritmica momenti di immobilità, di empatia e di famelica follia.

Uscito un po’ scosso dallo stomaco sono stato subito colpito da una serie di teste in ferro (Heads), ognuna diversa dall’altra e accostata ad oggetti quotidiani in maniera (a mio avviso) molto poco interessante: ad esempio, affianco a Curious Head non possiamo che trovare dei libri. Le teste in alcuni momenti del giorno diventano gabbie, indossate da performer che le fanno muovere inscenando determinati stati d’animo. La solita metafora di certi aspetti che intrappolano l’esistenza umana.

Agostino Oslo

Asking the HairaboutScissors è formata da una piattaforma rotonda con una poltrona da barbiere, dove un performer taglia i capelli ai visitatori che nel frattempo ascoltano storie composte dall’artista. Feeding the Cleaning Machine with what Others Didn’t inscena l’attività quotidiana della pulizia degli spazi comuni di luoghi adibiti ad altre funzioni “principali venendo messa in primo piano. Tuttavia non capisco il senso né della prima né della seconda opera, che non riescono a suggestionare la mia sensibilità.

Sorvolo i Diaries che trovo ancor più non fruibili delle due opere sopra citate e mi lancio letteralmente nell’opera che dà il nome alla mostra: The Dream Machine isAsleep, un enorme letto che si sviluppa su due piani.

Agostino Oslo

Al piano inferiore, un vero e proprio laboratorio accoglie bambini e ragazzi che creano un archivio di possibili sogni che possono essere ascoltati al piano superiore dagli adulti.

Agostino Oslo

Ascolto il sogno assurdo di un bambino che fa visita al castello di Burger King mentre giù dal letto alcune figure inquietanti mi sembrano l’allegoria degli incubi, ma basta non guardarle: il letto è comodo ed è bellissimo ritrovarsi a condividere uno spazio solitamente molto intimo con altri visitatori.

Agostino Oslo

L’artista ci ricorda che la macchina della mente non si ferma mai, né quando interagisce di giorno con l’esterno, né la notte nei sogni.

hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh