gggggggggggggggg

Oggi vi voglio raccontare una storia. È la storia di uno degli edifici più conosciuti al mondo, una silhouette che non ha imitazioni o possibilità di essere confusa, un’idea architettonica tra le più riuscite degli ultimi cinquant’anni, che non teme l’invecchiamento o il passare delle mode, un progetto che resterà per sempre un perfetto evergreen.

Oggi parliamo dell’Opera House di Sydney progettata da Jørn Utzon. E lo facciamo perché nello scorso mese ho viaggiato per buona parte dell’Australia e sono finalmente riuscito a visitarla di persona. Per me, studente di architettura degli anni ‘90, l’Opera House di Sydney è sempre stata un punto di riferimento immaginario, come la Tour Eiffel, come il Chrysler Building, come il Taj Mahal, un luogo dove un appassionato di architettura formale trova un po’ la chiusura del cerchio dei suoi desideri. E sono sicuro che tutti conoscono questa architettura perché l’hanno vista almeno una volta in fotografia o in qualche video, ma sono altrettanto sicuro che pochi, io per primo, conoscono veramente la sua forma reale e la sua storia complicata.

Così mi piace l’idea di condividere queste scoperte fantastiche che, se fosse possibile, mi hanno fatto innamorare ancora più perdutamente di questo luogo. Partiamo dall’ABC: non mi ero mai accorto che le famose vele che compongono il tetto del teatro non coprono un solo palazzo, ma ne coprono tre, ben distinti l’uno dall’altro; ci sono infatti il teatro d’ opera, la sala concerti e il ristorante dopo teatro, in tre edifici separati fra di loro.  E non mi ero mai accorto che le vele principali vanno in una direzione, ma che ci sono anche piccole vele sottostanti che vanno in contrapposizione alle principali, creando così un gioco di volumi davvero fantastico.

Lo sapevate che le vele in realtà non sono bianche? Sono ricoperte integralmente di piastrelle di ceramica di colori e superfici diverse, posizionate in maniera tale da riflettere la luce in molti modi, passando dal bianco accecante nei giorni di sole al marrone chiaro e al grigio opaco quando il tempo non è bello o addirittura piove.

E lo sapevate che il teatro sorge sopra un luogo, il Bennelong point, dove gli aborigeni australiani si ritrovavano per celebrare feste con spettacoli di danza e musica? Non sorprende che il luogo sia poi stato scelto per costruire un teatro che ospita più di 2500 spettacoli all’anno.

E come si chiama il ristorante del teatro dove potete cenare dopo il vostro spettacolo preferito (portandovi dietro un rene di scorta per il conto)? Ma naturalmente Bennelong!

Ultima news che voglio raccontarvi, ma non è l’ultima delle cose che ho scoperto, è che il rapporto tra Utzon e la committenza del teatro non è stato per niente semplice.  Pensate che dal concorso vinto nel 1957, l’architetto si trasferisce in Australia nel 1962 per seguire lavori in prima persona e poi però abbandona il cantiere quattro anni dopo per tornare in Europa. Motivo principale è il fatto di non riuscire a trovare un sistema per costruire le tanto famose vele. Il progetto viene poi preso in carico dallo studio australiano degli architetti Hall, Littlemore e Todd e finalmente viene inaugurato nel 1973 dalla regina Elisabetta II. Niente male per uno che ha anche ricevuto il Pritzker Price (il Nobel dell’architettura) per questo progetto!

Ironia a parte, non si può negare l’emozione di entrare in quegli ambienti e guardare in su a bocca aperta, come bambini di fronte ad una meraviglia naturale; ed io, che bambino lo sono tornato in questa occasione, mi sono anche divertito a far conoscere il suo fratello maggiore ad uno dei miei piccoli City Keys, un toccante incontro di famiglia durante le feste di fine anno.

hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh