Aperto meno di un mese fa dopo otto lunghi anni di gestazione, il Museo Nazionale del Qatar di Jean Nouvel, architetto francese vincitore del Premio Pritzker nel 2008, ha da subito scatenato la mia curiosità per la sua forma audace, per l’iconico gesto di voler rappresentare la storia di un paese proteso verso il futuro con un’architettura più celebrativa che effettivamente utile.

Sia l’esterno che l’interno del museo sono il risultato della collisione di una serie di dischi, un richiamo alla rosa del deserto, eccezionale formazione minerale tipica del deserto qatariota. La struttura metallica autoportante dei dischi è interamente rivestita da un pattern geometrico – di cui Jean Nouvel e il suo studio sono maestri nel disegno – in cemento rinforzato con fibre di vetro dalla finitura sabbiata. L’estensione di questi petali offre riparo ed ombra dal sole cocente medio-orientale; gli spazi tra disco e disco sono chiusi da vetrate a tutta altezza che danno direttamente sulla galleria espositiva e viceversa dalla galleria inquadrano la corte interna, la tradizionale Baraha dove solitamente si svolge il mercato.

Lo stesso Nouvel afferma che “nessuno sa come è fatta all’interno una rosa del deserto e l’intenzione è stata quella di creare un’intersezione di forme che invitassero a chiedersi cosa c’è all’interno dell’edificio”.

Nouvel ha inoltre aggiunto che la forma radicale dell’edificio vuole essere espressione sia delle capacità tecniche che della cultura progressiva del paese, in procinto di ospitare i campionati del mondo di calcio nel 2022. “È importante considerare che l’architettura è testimone del tempo e che il Museo è a sua volta testimone di questo preciso momento in Qatar, un periodo dinamico e d’espansione. La simbologia della rosa del deserto è storicamente importante ma riflette anche molta modernità, ottenuta col cambio di scala e con la creazione di un sistema tecnologicamente all’avanguardia”.


I 52.000 metri quadri del percorso espositivo circondano il palazzo dello Sceicco Abdullah bin Jassim Al Thani – completamente rinnovato ed integrato nello sviluppo museale – e creano un circuito ellittico disposto su più livelli che conduce il visitatore attraversa una sequenza di gallerie irregolari dettate dalle geometrie dei dischi.

Il museo sorge in un nuovissimo quartiere connesso con altre importanti istituzioni culturali, tra le quali il Museo d’Arte Islamica di Ieoh Ming Pei, ed è circondato da un parco da 112.000 metri quadri disegnato nelle sue forme ondulate dal paesaggista francese Michel Desvignes.

L’edificio è inevitabilmente la celebrazione di un paese ambizioso ed in grandissima crescita. Come per il Guggenheim a Bilbao – e forse ancor più che a Bilbao – i contenuti del museo finiscono mestamente in secondo piano, schiacciati dall’estrema iconicità di un edificio che mette in mostra prima di tutto se stesso. 

Ma fortunatamente meglio che a Bilbao, Jean Nouvel ha costruito un contenitore dove esterno ed interno non sono (volutamente) decontestualizzati dalla città e tra loro. Le piante e le sezioni del museo sono una plausibile interpretazione dell’interno di una rosa del deserto resa “abitabile”, un concept geniale che ha permesso a Jean Nouvel di sbalordire l’opinione pubblica esplorando l’architettura oltre l’apparenza della sua stessa forma.