Ironia. Solita banale e tagliente ironia. Questo starete pensando confrontando il titolo di questo articolo con la foto da me scelta.
Nidi colorati rimanda ad un immaginario romantico, fatato. Atmosfere da amore idilliaco vissuto in una splendida villa di campagna, vicino al focolare del camino.
E invece no.
I nidi sono case, casette, incastrate una all’altra tra pareti di cemento. Disposte in orizzontale ma soprattutto in verticale. A metà tra smog e cielo.
Ognuna con la propria singolarità ma così vicina e a stretto contatto con le altre quasi da fondersi una con le altre.

Sono rimasto colpito dal racconto di un mio amico blogger giramondo, che mi aveva mostrato le fotografie di questi edifici così colorati ma angusti che aveva fotografato durante un suo viaggio ad Hong Kong.
Le “facades” sono palazzi giganteschi costruiti negli anni’50 e ’60 per far fronte alla sempre maggiore affluenza di immigrati cinesi. Hong Kong era una città in forte crescita economica e naturalmente attirava molti stranieri.
Condomini dove riuscivano a vivere il maggior numero di persone nel minor spazio possibile.
Queste erano le esigenze di una città che stava affrontando una crescita demografica smisurata.

Alveari umani più che nidi d’amore. Molti potranno pensare a prigioni addirittura.
Esteticamente parliamo di obbrobri che danno fastidio alla sola vista. Avevo già raccontato nel mio articolo del “bello e brutto” di quanto questi ecomostri “feriscano” l’occhio di chi li guarda e di quanto queste bruttezze invadano poi tutto il quartiere in cui sono inserite.
Ma guardando queste foto non possiamo non cogliere un certo fascino, strano e quasi religioso. Case che comunque raccontano vite, storie difficili ma sempre a contatto con la cruda realtà, che si colorano con una mano di pittura come una ragazzina che mette i suoi primi orecchini.
Solitudine e povertà incastonate tra lastre di cemento, che una mano di pittura prova a far risplendere come se nulla fosse…