Ѐ quasi inverosimile cominciare un articolo sottolineando chi o cosa un protagonista di riferimento “NON Ѐ ”.
Ebbene sì, quello che meglio ci farà capire il titolo di oggi è proprio questa negazione: storia di un personaggio che alla fine di una serie di “NON”, scopriremo chi in realtà “Ѐ”.

John Pawson non è un architetto. Progetta edifici, ma non è un architetto. Nel senso che ha iniziato gli studi universitari all’Architecture Association di Londra, che ha però abbandonato nel 1981 per fondare il suo studio.
Non è un architetto nonostante nel 2018, all’età di 69 anni, sia diventato comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico (CBE) per i servizi di progettazione e architettura alla nazione; ne è esempio il Design Museum di Londra.

John Pawson non è uno scrittore. Nel senso che non è questo il suo pane quotidiano, nonostante vanti una bibliografia molto ampia dal ’95 ad oggi, in continua crescita. Ultimo libro pubblicato è del 2019: John Pawson: anatomy of minimum.

John Pawson non è neanche un fotografo. Nel senso che su un’intervista rilasciata per 52 Insights ha dichiarato lui stesso che “sì, faccio delle fotografie ma non le considero a livello dei veri fotografi”.

Ciò di cui abbiamo certezza è che Pawson nasce nel 1949 ad Halifax, nello Yorkshire, dove ha una breve esperienza nell’azienda tessile a conduzione familiare.

All’età di vent’anni decide di fare un viaggio in Giappone, come fuga dalla routine quotidiana, e ci rimane per quattro anni. Qui resta affascinato da una miriade di sfaccettature del luogo: dalla cultura del buddismo Zen, all’unica notte passata in un monastero buddista; dalle “città orribili, ma in un modo carino”, alla delicatezza e sensibilità giapponese che è per Pawson la cultura visiva più attraente.

Influssi positivi li riceve anche dall’Egitto, dalla Francia e dall’India, ma il Giappone ha sempre lasciato una traccia in ogni suo progetto, intriso di studi sulle soluzioni degli spazi, delle proporzioni, della luce e dei materiali rispetto allo sviluppo di manierismi stilistici.

Tra i suoi primi progetti si annoverano le dimore dello scrittore Bruce Chatwin, del direttore lirico Pierre Audi e della collezionista Doris Lockhart Saatchi.
Le dimore private sono una costante nel suo lavoro. La Montauk House, terminata nel 2013, incarna quella tesi estremamente minimalista: il volume puro di questa casa sulla costa atlantica si flette per seguire la linea topografica, mentre l’uso dei materiali rafforza l’intimità del rapporto tra architettura e contesto.

Tra i luoghi sacri ricordiamo invece la Wooden Chapel ad Unterliezheim, in Germania. L’architettura si decompone per apparire come la più semplice delle masse: da certe prospettive appare come un cumulo di tronchi accatastati, da altre sembra quasi una scultura che emerge dalla foresta. L’entrata è volutamente ristretta per sottolineare l’esperienza sensoriale del passaggio verso uno spazio alto più di sette metri e lungo quasi nove.

I suoi progetti interessano un’ampia gamma di tipologie di edifici, come il flagship store Madison Avenue di Calvin Klein a New York e il Valextra Store a Milano, accompagnato da una narrazione spaziale dove si studiano le proporzioni architettoniche e gli accostamenti delle tavolozze materiche con gli esistenti pavimenti in Ceppo di Gré.

Negli anni Pawson ha maturato una notevole esperienza in progetti di importanza storica, paesaggistica ed ecologica. Per citarne uno il Sackler Crossing, vincitore del premio RIBA; un camminamento sospeso sul lago dei Kew Gardens di Londra.

Il suo lavoro si estende su un ventaglio differente di scale e tipologie, da case private, luoghi sacri, gallerie, musei, hotel, interni di yacht, prodotti di design, secondo lo stesso iter progettuale. Guarda il progetto sempre allo stesso modo poiché tutto è comunque architettura; anzi, come Pawson stesso afferma (parafrasando Ernesto Nathan Rogers): “tutto da un cucchiaio a un monastero”, tutto è riconducibile alla stessa serie coerente di problematiche e soluzioni. 

In questo modo tutto può diventare un veicolo per idee molto più ampie su come viviamo e su ciò che apprezziamo.

Dall’architettura al design il processo creativo non cambia: dal progetto di recupero dello spazio dell’ex Commonwealth Institute in casa permanente del Design Museum di Londra, ai tavoli e le panche Span prodotti per Salvatori, fino alle maniglie per porta o la lampada a olio Holocen, concepiti secondo il medesimo studio di dettaglio: minuzioso, puro ed essenziale.

Infatti, la semplicità in questi termini è qualcosa di veramente complesso, difficile da raggiungere e da realizzare in ogni suo dettaglio, soprattutto se sfugge dal cerchio chiuso dell’architettura e del design per diventare vera e propria filosofia di vita: bisogna arrivare al punto in cui non si può più aggiungere o sottrarre niente al progetto (praticamente una lettura del “Less is More” in chiave etica).

Alla fine di questo articolo ci imbattiamo nuovamente nella problematica, questa volta in chiave affermativa, del protagonista.

John Pawson è un designer dell’architettura, è un pioniere e un’icona del minimalismo inteso come etica del buon vivere.

Ѐ inoltre fotografo, scrittore e architetto.

Oggi più che mai avremmo bisogno di più “Pawson” perché gli spazi in cui stiamo passando 24h/24 dovrebbero infondere quella pace e tranquillità che i suoi progetti restituiscono alla sola vista.
Oggi più che mai ci rendiamo conto di quanto la buona architettura progettata e il buon design siano fondamentali per migliorare la permanenza “forzata” nel nostro spazio vitale che, attualmente, è la sola casa.