Racconto di un incontro speciale

Chi, come me, ha studiato l’evolversi dell’Architettura e dei “modi dell’abitare”, dall’antichità fino ai giorni nostri, conosce il valore del lavoro e l’importanza della figura di Le Corbusier, all’interno della prospettiva socioculturale del ‘900. Egli ha riportato l’uomo al centro del progetto, in cui tutto viene (ri)pensato per lui ed insieme a lui.

Per chi “non è del mestiere”, ma conosce comunque Le Corbusier, sa che è stato un grande, se non IL più grande, esponente dell’architettura del ‘900, contribuendo a rivoluzionarne il linguaggio, “segnando una rottura con il passato, cercando di rispondere alle esigenze della società moderna” (scrivono così i rappresentanti dell’UNESCO nella loro motivazione).

Villa Savoye (ultimata nel 1931) ne è la dimostrazione: è il manifesto del pensiero dell’architetto svizzero-francese e di tutto il Movimento Moderno che Le Corbusier, insieme ad altri grandi, rappresentava.
Citando i testi di Storia dell’architettura: Villa Savoye, di recente inserita insieme ad altre opere del maestro tra i beni patrimonio dell’UNESCO, incarna i 5 punti della nuova architettura e rappresenta ciò che Le Corbusier definiva “L’architettura è il gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi raggruppati sotto la luce. . . i cubi, i coni, le sfere, i cilindri e le piramidi sono le grandi forme primarie… La loro immagine ci appare netta… E senza ambiguità.”  

Ma questo articolo non è soltanto un contributo su Le Corbusier e sull’importanza della sua figura: egli è talmente “grande” da non dovere essere discusso. Desidero invece raccontarvi del mio recente incontro con l’opera-manifesto di Le Corbusier e del Movimento Moderno: per l’appunto Villa Savoye.

Una volta arrivata a Poissy (cittadina a pochi chilometri da Parigi), facilmente ho raggiunto la Villa: dalla strada principale bisogna addentrarsi lungo un breve viale alberato, entrando in una strana atmosfera di pace e silenzio quasi “religioso”, dopodiché si inizia ad intravedere il volume bianco “sotto la luce”, circondato da un vasto prato e fitti alberi. Emozionata mi sono ritrovata davanti all’edificio, quasi commossa.

Ma, avvicinandomi, ho iniziato pian piano, con dispiacere e stupore, ad intravedere prima all’esterno, e successivamente all’interno, i segni del degrado.  Probabilmente degrado non è il termine più appropriato, ma indubbiamente evidenti erano i segni della “trascuratezza”, dovuti certamente agli anni trascorsi ma anche, e di questo ho avuto conferma nel corso della visita, ad una gestione superficiale e non all’altezza, a mio parere, del valore e della bellezza del bene.

La prima sensazione che ho provato è stata di un’atmosfera fredda e quasi malinconica all’interno, come è possibile provare in una casa che ha vissuto molto tempo fa l’età del lustro, ed ora quasi disabitata.
Ma è noto che Villa Savoye venne progettata come una “una macchina dell’abitare”, con degli ambienti caldi e luminosi, un rifugio dalla grande città (Parigi), da poter vivere con l’aiuto di confort (che non erano pochi, considerato che l’opera viene ultimata all’inizio degli anni ’30). Dal 1997, inoltre, Villa Savoye è aperta al pubblico in quanto sede museale: luogo di “pellegrinaggio” per studenti di Architettura, Design e architetti di tutto il mondo, accogliendo ogni giorno centinai di visitatori, tutt’altro che un luogo poco vissuto e “freddo” per definizione. Inoltre, ciò che mi ha provocato una sensazione di nostalgia, mista ad amarezza, è la totale assenza di arredi in tutti gli ambienti: nessuna chaise lounge nella zona living, nessuna poltrona LC2 né LC1 di Cassina, progettate dal maestro (come tutti noi abbiamo potuto sempre apprezzare in foto), le stanze vuote e umide…

Nel mio lavoro spesso mi sono trovata a dover consigliare ai committenti, al momento della consegna della casa appena terminata, che bisogna sempre aspettare di vederla arredata per sentirla più “calda”, accogliente e vissuta. Perché dunque Villa Savoye, la casa che nel ‘900 ha rivoluzionato il concetto stesso di abitazione, appare come una “scatola vuota”?  Oltre questo, e ne scrivo con tristezza, non è da escludere un problema di trascuratezza nella gestione del bene stesso e di “errori” che in un luogo-simbolo, ora sede museale, non possono essere tollerati con leggerezza: la vista di un’aspirapolvere (chiaramente utilizzato per le pulizie), dietro una porta di accesso al disimpegno, tra la zona notte e la zona living, con il famoso terrazzo al primo piano provocherebbe l’indignazione di qualunque visitatore.

All’esterno invece la Villa mantiene la sua indiscutibile idea di leggerezza (dovuta ai pilotis che la sollevano da terra: la grande “rivoluzione” del Movimento moderno), di volume puro, geometrico ma al tempo stesso dinamico, grazie ai solidi che si levano dal tetto come sculture.
Anche nelle facciate tuttavia si osservano visibili tracce di umidità, dovute probabilmente ad una poco attenta manutenzione dello strato isolante del famoso tetto-giardino (altra grande rivoluzione del Movimento).

Bisogna riconoscere, per tutti, che Villa Savoye ha una storia abbastanza travagliata alle spalle e che i problemi tecnici non sono del tutto inaspettati. Gli stessi coniugi Savoye nel 1940 lasciarono la casa definitivamente, iniziando una disputa con lo stesso Le Corbusier, per tutta una serie di problemi tecnici che la casa poco alla volta aveva iniziato a palesare: infiltrazioni d’acqua, chiari segni di umidità nel garage, serramenti poco isolanti ecc.… Inoltre, il costo complessivo di costruzione della casa era risultato molto più esoso del previsto.

Ma, se consideriamo Villa Savoye come il “prototipo di casa moderna” (perdonatemi la definizione molto sintetica), anche i migliori prototipi non sono perfetti e possono essere migliorati, altrimenti non potrebbero essere definiti tali. Motivo per cui bisogna ammettere l’esistenza di problemi di base, ma è indubbio che all’inizio degli anni ’30 Le Corbusier non disponesse delle tecnologie e degli strumenti per evitare i danni che si sono successivamente palesati. Tuttavia, sono stati eseguiti restauri sostanziali e anche non molto tempo fa (l’ultimo nel 1997). Dagli anni ’30 ad oggi sicuramente molte delle criticità tecniche della casa possono e, sottolineo, devono essere risolte tramite restauri sostanziali del bene, per l’importanza ed il valore che esso riveste.

È necessario che tutti prendano coscienza della rilevanza del restauro dell’Architettura moderna, che è da considerare di pari valore e importanza storico-sociale del restauro operato nel caso di architetture di epoche e periodi differenti.
Fortunatamente, interventi ed iniziative risultano in programmazione. Ad esempio, la piattaforma on line di idee per architetti, studenti e designer Boun ha indetto a settembre di quest’anno un concorso dal titolo Arch – de – Villa. Retrofitting Iconic Architecture Challenge, per la rifunzionalizzazione e il (ri)adattamento degli spazi interni della Villa, con l’intento di creare, mantenendone sempre la funzione di struttura museale, un Archive Center for Architectural Knowledge. Trasformare dunque la Villa in uno spazio culturale, allo scopo di ospitare laboratori, mostre, esposizioni, conferenze ecc…, restituendole il calore, la passione e la vita che avevano ispirato il grande maestro nella fase di progettazione.

Che sia sufficiente come azione e se l’intero progetto verrà realizzato, non possiamo ancora saperlo, di certo si tratta di un nobile ed audace tentativo che abbiamo il dovere di apprezzare, sperando in altri e diversi in futuro.

Concludendo le osservazioni nel corso della visita a Villa Savoye, desidero sottolineare come la mia formazione, insieme a tante generazioni di architetti, sia stata influenzata dal “mito” di Le Corbusier e di Villa Savoye: immaginate che su una grande vetrata del prospetto principale della facoltà di Architettura dove ho studiato è raffigurata la sagoma in grande scala del Modulor di Le Corbusier, quasi a “vegliare” e a guidare noi coraggiosi studenti. Per cui non risulta sicuramente ridimensionato, per quanto mi riguarda, il valore della Villa e di ciò che essa ha rappresentato, né l’immenso pensiero della mano e della mente di colui che l’ha progettata.

Nonostante le criticità osservate, rimane il fascino di ciò per cui la Villa è universalmente riconosciuta: la luce magica che viene giù dal lucernario nel disimpegno della zona notte, la lunga rampa che percorre dentro e poi fuori l’intero edificio, le ampie finestre a nastro che illuminano tutti gli interni, il tetto- giardino che con i suoi volumi emergenti riquadra il magnifico paesaggio circostante.

Ciò che auspico per il futuro è che con l’ausilio di iniziative sociali, come quella della piattaforma Boun, ma soprattutto di interventi e progetti pubblici, sia possibile restituire dignità e splendore a questo gioiello dell’architettura mondiale del ‘900.

Arrivederci a presto, Villa Savoye, magari sotto una nuova “luce”!