Centro Financiero Confinanzas, conosciuto come Torre David, a Caracas, è uno dei grattacieli più alti del Venezuela, i cui lavori sono iniziati nel 1990 e mai terminati.
Il progetto è quello che molti definiscono come il più grande “sogno infranto” di rinascita economica di uno dei paesi più poveri del sud America.

L’intervento fu promosso e finanziato dal banchiere, del gruppo finanziario Confinanzas, David Brillembourg (da lui il nome della torre) e avrebbe dovuto ospitare uffici del gruppo stesso e del Banco Metropolitano, oltre ad appartamenti di lusso, un eliporto e 12 piani di parcheggi sopraelevati. Era destinato ad essere, nell’immaginario comune, la Wall Street della capitale venezuelana.

Il progetto ambizioso, firmato dall’architetto venezuelano Enrique Gòmez, nasce sull’onda del boom economico che il paese stava vivendo tra gli anni ’70 ed ’80: faceva parte di una serie di progetti di riqualifica della zona nord della capitale, per un’area totale di 221 mila mq, che comprendevano 3 edifici, due torri in vetro (di cui una la Torre David) e 12 piani di parcheggio.

Nel 1993 muore prematuramente David Brillembourg, il finanziatore, e contemporaneamente il paese precipitain una nuova crisi economica e il gruppo Confinanzas dichiara bancarotta.

Nel 1994 la Torre diventa di proprietà dello Stato costretto, a causa della crisi, ad interrompere i lavori che non furono mai più conclusi.  

Del grattacielo furono portati a termine solamente la struttura e i collegamenti verticali (le scale), ma non gli ascensori, gli impianti idrici ed elettrici, i serramenti, i balconi, le finiture interne (pavimenti e pareti) ed in alcune zone i muri interni non vennero mai costruiti.
L’edificio appare, tutt’ora dall’esterno, come uno scheletro “privo di vestiti”.

Dal 1995 la torre inizia ad essere occupata abusivamente da squatters della città, fino a raggiungere il culmine di abitanti nel 2007: quasi 1000 famiglie e circa 5000 persone, più o meno il 40% dei senzatetto della capitale.
Il progetto immaginato da Brillembourg sbiadisce lentamente ed in meno di 20 anni passa dall’essere il grande sogno di rinascita al divenire la più grande “baraccopoli verticale” al mondo.

L’edificio è stato il caso–studio per molti urbanisti che ne hanno analizzato l’organizzazione fisica e sociale, cercando di spiegare come un edificio “in rovina” possa trasformarsi in “luogo per l’abitare”, seppur con tutte le criticità e difficoltà possibili.

Tra i progetti da citare: Gran Horizonte di Urban – Think Tank (U – TT) del 2012, un gruppo interdisciplinare che si occupa di progettazione urbanistica nelle zone periferiche delle grandi metropoli, dal punto di vista sia tecnico-progettuale che sociale, in collaborazione con l’ETH di Zurigo, il più importante Politecnico della Svizzera e del centro Europa.

L’U-TT e l’ETH hanno analizzato la vita all’interno della Torre per un anno intero, prima dello sgombero avvenuto tra il 2014 e il 2015, aggiudicandosi il Leone d’oro alla Biennale di Venezia di Architettura del 2012 con un bellissimo documentario girato all’interno dell’edificio.

Lo studio si è concentrato sull’osservazione dell’eccezionale spirito di adattamento ed organizzazione che la comunità aveva dimostrato, senza ricevere nessun aiuto dal governo, creando una città dentro la città in soli 8 anni. Gli stessi occupanti infatti, cercando di colmare le mancanze di servizi essenziali per la loro quotidianità, riescono autonomamente e incredibilmente a rifornire, in parte, la torre di energia elettrica e acqua corrente, ma anche a poter disporre di negozi di alimentari, studi medici o palestre.

Il gruppo di progetto non si è limitato ad una semplice analisi, piuttosto è giunto ad elaborare un modello di riuso della struttura esistente, con l’intento di superare le molteplici criticità presenti allo stato iniziale del programma di studio, come per esempio la mancanza di collegamenti verticali, oltre che di servizi indispensabili alla vita quotidiana. Lo studio dimostra come, proponendo soluzioni innovative in termini di mobilità interna e di utilizzo di connessioni tra i piani e le varie zone della Torre, possa essere possibile rivoluzionare i modi di utilizzo dell’imponente struttura.

Al momento purtroppo Grand Horizonte è rimasto solo un progetto e tra il 2014 e il 2015 il governo venezuelano tenta inizialmente, senza risultato, di mettere all’asta la torre, in un secondo tempo di riconvertirla in uffici e appartamenti, giungendo fino a concepire l’idea, non realizzata, di demolirla.
Nel 2015 la torre viene sgomberata e resa inaccessibile e nell’Agosto del 2018 un terremoto di forte intensità danneggia gravemente la cima del grattacielo, rendendola un pericolo per la città sottostante.

Se adesso ci fermiamo a riflettere su quello che è avvenuto a Caracas con la Torre David, quanto al numero di squatters che negli anni hanno occupato l’edificio, interpretabile quasi come un “grido d’aiuto”, è che probabilmente la città ciò di cui aveva bisogno non era tanto di una “sua Wall Street”, spontaneamente deduciamo che piuttosto la cosa più elementare di cui l’uomo ha bisogno è la casa, il luogo della vita per eccellenza.

Il boom economico in tutto il mondo, incluso in Italia tra gli anni ’60 e ‘70, purtroppo ha generato, oltre al benessere di una percentuale di popolazione, anche l’ascesa del consumismo sociale e commerciale, contemporaneamente al degrado architettonico, dando spazio a progetti speculativi che poco tenevano conto di piani urbanistici di sviluppo, meno che mai delle esigenze imprescindibili delle persone, intese come soggetti sociali.

In tal senso il documentario dell’Urban – Think Tank e dell’ETH pone in primo luogo l’attenzione sulla mancanza di comunicazione tra la popolazione e chi governa la città.  Si apre infatti con una frase emblematica al riguardo: “Quando la città non si adatta al popolo, il popolo non si adatterà alla città”.

Anche in Italia, diversi potrebbero essere gli esempi di edifici e quartieri interi che, come la Torre David, sono nati carichi di speranze aspettative ed ideali di rigenerazione urbana e sociale, ma la cui realizzazione è rimasta incompiuta o non è riuscita ad essere all’altezza dei sogni che avevano ispirato i progetti.
Due esempi importanti per l’architettura italiana che desidero citare sono lo ZEN 2 (Zona Espansione Nord) a Palermo di Vittorio Gregotti e le Vele di Scampia a Napoli di Franz Di Salvo.

Entrambi realizzati tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, quindi in pieno boom economico, sono quartieri di edilizia economica e popolare, nati come progetti di sperimentazione e di unione, quasi inedita, tra architettura ed urbanistica, ispirandosi a grandi opere come l’Unité d’Habitation a Marsiglia di Le Corbusier e all’idea dell’“abitare come movimento eroico (…) che avrebbe fatto prevalere gli interessi collettivi su quelli privati” (cit.  Franco Purini)

I due progetti, così come la Torre David, non furono mai del tutto completati, rimanendo privi di servizi e collegamenti al resto della città, essenziali per la qualità della vita quotidiana. Ad oggi continuano a rappresentare spazi di degrado sociale, facilmente permeabili alla criminalità, che ci ricordano l’eterna distanza che separa la politica dall’interesse per il territorio e i bisogni di chi in quei luoghi vive. Luoghi dimenticati, che sopravvivono a se stessi e all’emarginazione che inevitabilmente li allontana dal sogno di una comunità intesa come luogo di aggregazione e condivisione.

Ciò che mi preme sottolineare, a conclusione delle osservazione sui tre progetti che ho presentato, è il ruolo dell’architetto, sul quale talvolta può succedere di non riflettere abbastanza, del professionista che si pone il compito di unire tra loro, e tradurre, i bisogni individuali e collettivi, in progetti concreti: ruolo che richiede sensibilità e attenzione,  capacità di andare oltre le “tendenze” e gli interessi di pochi.