La prima volta che sono stata a Berlino era il 2010, avevo appena 18 anni ed ero in viaggio d’istruzione, lontana dall’idea che di lì a poco avrei studiato Architettura. La città mi piacque indubbiamente, ma la visitai forse con poca consapevolezza della storia e del valore intrinseco che essa racchiudeva; inoltre non avevo ancora sviluppato lo “sguardo da architetto” e forse osservavo le cose, e lo dico con autocritica, con un filo di leggerezza e poca attenzione.

Il mese scorso ho deciso di tornarvi proprio perché, indubbiamente più matura rispetto a 10 anni fa, ero desiderosa di visitare luoghi che avevo tralasciato durante il precedente viaggio e al allo stesso tempo di tornare dove ero già stata con un atteggiamento e un’attitudine differenti. Vi chiederete: “E’ necessaria una certa maturità per visitare una città?”. Non saprei darvi una risposta certa, però ritengo che Berlino, proprio per la sua storia travagliata, che può suscitare sentimenti contrastanti, necessita di una sensibilità, di uno spirito particolare e di una conoscenza dei fatti e delle ferite che l’hanno segnata nel corso del secolo passato: la dittatura nazista e la costruzione del muro sopra ogni cosa. Avvenimenti e momenti storici che hanno turbato nel profondo la fisionomia e l’anima della città che, con umiltà e forza di volontà, ha fatto i conti con il proprio passato, si è rialzata e ha ricostruito sulle macerie, materiali e umane. 

È una città che molti, ad un primo sguardo poco attento, definiscono “fredda”, forse perché un po’ condizionati da pregiudizi nei confronti del popolo tedesco, o anche, con un sentimento critico, un “cantiere a cielo aperto”.

È proprio dal concetto di “cantiere a cielo aperto” che voglio cogliere l’input per scrivere.

Tra le tante opere di costruzione o ricostruzione di notevole bellezza e valore che nella capitale tedesca sono state realizzate, c’è il Neues Museum (Museo Nuovo in italiano) di David Chipperfield, situato sulla famosa Museumsinsel, Isola dei Musei del fiume Sprea che attraversa la città, nel quartiere Mitte, cuore della città. Non descriverò il museo dal punto di vista tecnico e architettonico, perché si tratta di informazioni già fornite in numerosi articoli da professionisti con più esperienza di me, noti a molti e non al centro di questo mio “racconto”. Desidero piuttosto trasmettervi, in maniera del tutto personale e senza grandi tecnicismi, le sensazioni provate durante la mia visita al museo berlinese.

Il Neues Museum, per chi non lo sapesse, è uno dei più grandi musei di arte egizia, di arte antica e preistorica presenti in Europa: realizzato a metà dell’800 da August Stüler, allievo di Karl Friedrich Schinkel (maestro dell’architettura neoclassica) e distrutto quasi del tutto dai bombardamenti che colpirono la capitale durante la seconda guerra mondiale. Inglobato nella Berlino est durante gli anni del Muro e della guerra fredda, rimase fatiscente fino al 1989: anno della caduta del muro, della riunificazione delle due Germanie, delle due Berlino (est ed ovest) e di Another brick in the wall come inno alla libertà. La città decide di rialzarsi, di rimboccarsi le maniche e di chiamare a sé i più grandi architetti del mondo per ricostruire e rimettere insieme i cocci di ciò che le guerre avevano causato.

Per il restauro totale del Neues rispose all’appello, per l’appunto, David Chipperfield, la cui carriera era in fortissima ascesa, ma tanti altri architetti, negli anni e ancora oggi, misero a disposizione il loro talento e la loro professionalità per  grandi progetti di ricostruzione: Renzo Piano, Hans Kollhoff,, Helmut Jahn, Richard Rogers, Arata Isozachi e Rafael Moreno per il progetto di “resurrezione” di Potsdamer Platz (la piazza divisa in due dal Muro), Sir Norman Foster per la cupola di vetro del Reichstag (la terrazza panoramicadalla quale si può scorgere la sala principale del Parlamento, come segno della trasparenza del potere politico) o Daniel Libeskind per il Museo Ebraico (“between the lines”: le ferite aperte del popolo ebreo). Questi solo alcuni dei nomi e dei luoghi che potrei citare, simbolo di una città che ha saputo rinascere, investire nella cultura, e che si manifesta ai suoi cittadini e ai suoi visitatori.

Ritornando al Neues, i lavori di ricostruzione durarono più di dieci anni (con la riapertura al pubblico nel 2009) e il risultato è un vero elogio alla bellezza, all’antichità e al rispetto per la storia del Museo. Infatti, la percezione che ho avvertito, camminando tra le sale dell’edificio, è quella di un’incredibile ricerca di equilibrio e di conservazione dei tratti caratterizzanti della struttura: si legge chiaramente la volontà di conservare i resti dell’edificio e di fare in modo che essi siano visibilmente in mostra. La parti ricostruite ex novo, per esigenze progettuali e funzionali, si integrano in maniera discreta, riprendendo lo spirito e l’architettura originale dello spazio museale progettato più di 150 anni prima.

Per quanto rispettoso e perfettamente in armonia con la struttura e l’architettura esistente, il progetto dell’archi star britannico non è certamente un’imitazione: anzi, persino un occhio meno “esperto” riuscirebbe a distinguere gli elementi neoclassici dai tratti del restauro contemporaneo. Un esempio è il prospetto esterno laterale che si affaccia sul fiume Sprea, nel quale vi è innanzitutto un cambio materico e cromatico netto,  bellissimo a mio parere, tra la pietra scura originale e i blocchi bianchi in calcestruzzo voluti da Chipperfield; così come  il colonnato neoclassico, sontuoso e imponente pensato da Stüler nel 1841, viene riletto e rielaborato sotto forma di “sottili” e alti pilastri chiari, a scandire la porzione di prospetto del volume aggiunto e a schermare gli interni della sala di ingresso al museo.

La stessa filosofia progettuale si ritrova all’interno, come ad esempio nella sobria e lineare scalinata centrale, le cui immagini sono il manifesto di quest’opera, nella quale si legge il “contrasto armonioso” tra il cemento bianco e il mattone scuro, mantenuto volutamente a vista.

Il fascino del museo non si limita solo all’accostamento dei materiali e all’armonia tra il nuovo e il vecchio: ho trovato infatti splendido l’utilizzo della luce all’interno dei luoghi espositivi, che è un elemento fondamentale in uno spazio museale: una scultura o un’opera illuminata male, o poco illuminata, rischia di non essere apprezzata, come è giusto che sia, da un visitatore. Chipperfield alterna una luce chiara, naturale ed omogenea, come quella proveniente dai lucernari, posti sul soffitto altissimo delle piazze interne espositive che si creano tra una galleria e l’altra, ad una luce puntuale e accentuata in determinati spazi, in relazione alle esigenze e all’opera esposta: come quella della statua di Helios, proveniente da un oculo sul soffitto, o la stessa illuminazione utilizzata per il busto della regina Nefertiti (il capolavoro che richiama visitatori da tutto il mondo)

Oltre a questo, ho ammirato tantissimo il susseguirsi degli spazi espositivi, il crescendo emotivo che si avverte andando da una sala all’altra, o per i diversi piani, ed il continuo cambio di punto di vista e di atmosfere che si scorge percorrendo l’intero museo. Si passa da spazi ampi e luminosi a spazi più raccolti dalle luci soffuse, da ambienti con soffitti altissimi a gallerie espositive più intime con soffitti più bassi, sempre a segnare questo continuo contrasto ed alternarsi tra il vecchio e il nuovo, come se l’uno non potesse fare a meno dell’altro.

Detto ciò, non è mai presente una rottura tra i due elementi: il museo possiede un equilibrio perfetto tra passato e presente, tra memoria e contemporaneità, rappresentando il frutto di “una reale collaborazione tra architetti, conservatori, curatori, visitatori, politici e media” (cit. David Chipperfield).

Posso senza alcun dubbio concludere che il Neues Museum è il simbolo della Berlino che ho apprezzato, che ho amato e nella quale desidero ancora tornare: la forza e il desiderio di ricostruire ciò che è stato spezzato, senza nascondere il passato, anche se questo racchiude crepe e ombre.