In questi anni, l’architetto e designer Franz Bergonzi, fondatore nel 1999 dello studio Mumbledesign, ha cercato di rispondere a questa domanda. Ha trovato una possibile risposta attraverso Archibot, un progetto di ricerca alquanto visionario secondo cui le città del futuro saranno composte da unità componibili in base alle esigenze umane o transumane (caso in cui si consideri un’evoluzione potenziata dell’essere umano).

Secondo il designer, una certezza è che le città del futuro saranno molto diverse dai sistemi urbani attuali a cui siamo abituati. Infatti, stiamo vivendo importanti rivoluzioni tecnologiche da cui potranno scaturire moltissimi scenari futuri, tutti imprevedibili.

Da quest’ipotesi nasce Archibot, un’idea che immagina i sistemi urbani riconfigurabili composti da moduli architettonici mobili che si possono connettere per formare sia cluster minimi che organismi di grandi dimensioni. Queste unità sono pensate come architetture robot con diverse funzioni: ad esempio, produrre energia, ospitare ecosistemi per purificare l’aria, creare apparati residenziali o conservare corpi dei defunti.

Un prototipo di abitazione è “Archibot Ultrawien 1G”, un’unità residenziale mobile che si rifà ad una tipica villa in stile moderno ma rendendola moderna attraverso la meccanica. Ad esempio, i classici pilotis (i tipici pilastri in cemento armato che sopraelevavano l’abitazione da terra) sono sostituiti da bracci meccanici che consentono al sistema di spostarsi. Inoltre, è incluso anche un montacarichi, con la funzione di garage per l’auto.

Oltre alla classica unità abitativa singola, il designer ha immaginato anche un condominio mobile: “Archibot Babylon 1.2”, sempre sostenuto da bracci meccanici e da un motore sponsorizzato Ford.

I moduli pensati da Bergonzi rispondono alla maggioranza dei bisogni umani: oltre ai moduli abitativi, ha pensato moduli di intrattenimento musicale e cinematografico, come “Archibot Prop 4.0”, o moduli per impianti sportivi, come “Archibot Wetbubble 2.0” che contiene una tipica piscina a cielo aperto, con tanto di palme e trampolino.

Dal punto di vista della sostenibilità ambientale, “Archibot Gigabonsai 1 3.0” è invece un esempio di un’unità mobile che contiene un ecosistema. Può essere descritta come una grande serra sferica al cui interno è custodito un albero e che può muoversi perché appoggiato su una piattaforma con ruote.

Sempre in quest’ottica, l’architetto Bergonzi ha pensato moduli di depurazione delle acque, come “Archibot Waterclear 2.0”, ma anche impianti energetici mobili, come la turbina eolica “Mobot Zeus 3.0”.

Vi sono anche moduli di dimensioni maggiori che riprendono le principali funzioni legate all’ambiente: ad esempio, la serie “Archibot Heaven” propone grandi unità per la produzione dell’energia o la creazione di microclimi.

Dopo aver ammirato queste idee futuristiche così diverse dalle nostre realtà urbane, sorge spontanea una domanda: l’essere umano è pronto ad accettare un’evoluzione in questa direzione? O forse è troppo legato ad una visione tradizionalista delle città? Soprattutto considerando che l’idea della città “statica”, in cui gli edifici sono stabili, verrebbe rimpiazzata in tutto o in parte da un’idea che potrebbe essere rappresentata dal film “Mortal engines”, in cui i moduli potrebbero spostarsi sul territorio tutti insieme come una specie di colonia.